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Mercoledì fiaccolata per il San Gennaro. Un ospedale dei poveri.

by Martina Specchio

Tra i tanti luoghi che evocano la Napoli delle genti più diseredate ve n’è uno che tale si connota già dal suo stesso nome: l’ospedale di San Gennaro dei Poveri al Rione Sanità. Uno storico presidio sanitario sotto attacco da anni, che oltre al ridimensionamento e al taglio dei servizi rischia addirittura la chiusura.

Ne abbiamo parlato con Mauro, il volontario laico che conduce la lotta per non far chiudere l’ospedale e che ormai da tanti anni coordina una rete di solidarietà che opera anche nel centro animato da padre Alex Zanotelli e nella struttura “La tenda” di Antonio Vitiello.  E proprio mercoledì alle 18 si terrà una fiaccolata di preghiera nella basilica dell’ospedale proprio per scongiurare la chiusura del pronto soccorso.

“Il presidio ospedaliero è qualcosa che vive nel territorio e per un territorio così degradato, emarginato, tagliato fuori da tutto, avere un ospedale è una ricchezza enorme. Negli anni ’80 aveva 800 posti letto, ma da allora la situazione è precipitata. Hanno cominciato con i tagli dei reparti, gradualmente, mortificando le eccellenze presenti. Per prima ostetricia, dotata di attrezzature all’avanguardia, dopo aver speso tanti soldi. Un colpo per un quartiere in cui ci si sposa giovanissimi ed ancora si partoriscono 4 e più figli. Da lì nacque la prima lotta, 4 anni fa, per impedire che tagliassero tutti i reparti, sistematicamente. Abbiamo fatto fiaccolate, cortei, blocchi stradali. Poi venne il colonnello Schioppa come direttore generale e le cose peggiorarono. Ma la nostra resistenza continuò più forte, anche perché pareva che volessero proprio chiudere l’ospedale, come l’Ascalesi e gli Incurabili, i cosiddetti ospedali di prossimità, quelli più vicini alle popolazioni. Oggi stiamo cercando di riunire tutti i Comitati degli ospedali, abbiamo rifondato il Comitato Salute Campania e saremo a Milano al Forum internazionale sulla salute delle popolazioni. Da un nucleo di dieci persone siamo arrivati a punte di 600 e tra loro tante donne”.

Mi parli di queste donne.

“Sono donne con storie particolari alle spalle, con i loro problemi familiari, come Rosaria, Pina, Enrichetta, ma che hanno partecipato dal primo momento e con il tempo hanno creato un gruppo che resta il nocciolo duro, sempre presente, della lotta. Anche con loro manderemo avanti la campagna sul ticket sociale, perché il problema non è solo del San Gennaro, ma di tutta la città, è regionale. Qui abbiamo un bacino di utenza che va dalle 70.000 alle 100.000 persone e non bastano solo repressione e controllo, perché la povertà è a livelli inimmaginabili, gente che vive dell’assistenza e della solidarietà spontanee, che spesso non si cura, si abbandona. Il nostro lavoro quindi è dare voce a tutti ed è faticoso, a cominciare dal rapporto con i lavoratori basato sulla fiducia. In queste settimane abbiamo firmato un accordo con l’Amministrazione ed è stato emozionante. Un accordo tra Comitato, lavoratori e Direzione, per far riaprire questo centro di primo soccorso, che prevede un impegno istituzionale sotto il controllo dei cittadini. Abbiamo mantenuto tre ambulatori popolari, tre siti per il disagio mentale, un centro di accoglienza per i senza fissa dimora, il tutto al di qua del ponte che storicamente divide Capodimonte dalla povera Sanità. Abbiamo evitato che si chiudesse l’ospedale, ed oggi si sta aprendo la stecca ambulatoriale, con un reparto di avanguardia per la cura dei malati terminali neurovegetativi. Dovrebbe diventare un ospedale di comunità, forse l’unico in Italia.”

Se dovesse fare un appello?

“Invito tutti i cittadini a venire qui in ospedale ogni lunedì quando facciamo l’assemblea e ogni 15 giorni a partecipare alla riunione con il Comitato Regionale sulla Salute Campana. Terremo un incontro con il Direttore Generale, una piccola delegazione di cittadini e lavoratori che hanno già inviato un documento propositivo per il miglioramento della situazione. Perché se non impariamo a dialogare con le persone ed i lavoratori, tutto quello che è rimasto verrà tagliato anch’esso e i tanti giovani medici non troveranno lavoro stabile perché diventerà tutto privato. Dobbiamo continuare la lotta partendo dal locale e unire tutte le reti, con la condivisione.”

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