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Non rassegnarsi alla guerra

L’Occidente responsabile ha il dovere di riprendere il filo della pace

by Giovanni Squame
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Una guerra che non tende a chiudersi tra annunci di vittoria e nuove sciagure determinate da sciagurati bombardamenti. È la cosa più deleteria, odiosa e irrazionale: il bombardamento non guarda in faccia a nessuno. Piovono bombe come fossero confetti e colpiscono indiscriminatamente grandi e piccoli. Piccoli innocenti, con la sola colpa di essere nati e di vivere in un tempo buio, privo delle gioie dell’infanzia.

Io non so se nelle convenzioni internazionali sulla guerra sono ammessi o meno i bombardamenti. Se le nazioni in guerra ne fanno uso, la risposta è scontata. La Seconda guerra mondiale si è chiusa con il più orrendo dei bombardamenti: lo sgancio per la prima volta della più letale delle bombe , la bomba atomica, le cui drammatiche conseguenze si avvertono tuttora. E gli Stati che l’hanno prodotta continuano a immagazzinarle nei loro depositi nucleari. Perfino scatenano guerre per impedire che altri Stati ne producano altri esemplari. Non c’è un’autorità riconosciuta da tutti gli Stati in grado di imporre di fare o non fare. Le Nazioni Unite, nate per evitare gli orrori del Novecento, hanno “tenuto” qualche anno, poi hanno fallito.

Con Trump la situazione è completamente precipitata e si è affermata la legge della giungla, e il mondo è in balia della volubilità dei capricci e degli interessi del Paese più forte. L’ordine mondiale costruito nel secondo dopoguerra è franato sotto i suoi colpi demolitori. Scompaginati i già delicati equilibri nel rapporto tra le nazioni, si tratterà, quando le condizioni lo consentiranno, di costruire una nuova ONU e nuove convenzioni internazionali con poteri più cogenti e strumenti di intervento più efficaci.

Lo sguardo e la pietà vanno a quei popoli che nell’intero secolo scorso e in questo primo quarto del nuovo hanno vissuto poco la pace, o almeno una fase di assenza di guerra. È anche possibile, come è avvenuto, che l’odio di un popolo verso l’altro determinato da fatti storici, da credenze religiose, da questioni territoriali, sia irriducibile. Nel Medio Oriente incide molto. L’Occidente europeo e le due superpotenze dell’epoca, fine della Seconda guerra mondiale, hanno compiuto scelte ed imposto comportamenti che anziché attenuare le tensioni territoriali e favorire l’evoluzione tranquilla nei rapporti tra popoli, hanno all’opposto ulteriormente acuito i contrasti, le divisioni, gli odi.

È la storia della seconda metà del secolo scorso. Scelte che in apparenza sembravano voler guardare ai tempi lunghi ma che presto si sono rivelate fallaci. Ed invece figure prestigiose dei rispettivi popoli hanno intuito i rischi, i pericoli di un assetto non solo ancora precario ma molto pericoloso in prospettiva. La loro visione e la loro voce profetica sono state isolate e ininfluenti in un quadro che è diventato sempre più drammatico, alimentando ancora odi, contrapposizioni violente, repressioni e di nuovo guerre. È il mondo occidentale, quello responsabile, non il mondo di Trump che ha il dovere di riprendere il filo della pace in quell’area e invece scatena nuove guerre. Proprio Trump, il mancato premio Nobel per la pace.

Non possiamo accettare un mondo di guerra, ma lavorare con tenacia ed intelligenza per il mondo della pace. Guardare oltre l’orticello di casa propria: siamo in un mondo interdipendente, il cancro odioso della guerra deve essere scacciato, estirpato. I popoli hanno diritto alla loro dignità, alla loro autonomia, alla loro capacità di autodeterminarsi e riconoscersi in uno stato di diritto. Anche e soprattutto in Medio Oriente.

 

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