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Pietro Citati e Luca Serianni

by Piera De Prosperis

 

Non voglio proporvi libri per l’estate. Non voglio suggerirvi classici all’ombra dei quali cercare un po’ di refrigerio per questa insopportabile calura. Voglio invece all’ombra dei cipressi e dentro l’urne confortate di pianto, ricordare due grandi italianisti la cui scomparsa a distanza di poco tempo l’uno dall’altro ha impoverito le nostre risorse linguistiche e culturali.

Sto parlando di Pietro Citati e Luca Serianni.

Citati ha vissuto tutto il secolo breve vivendo la letteratura da non scrittore. La sua era la malattia dell’infinito, secondo la sua stessa definizione. Non era necessario scrivere nuovi romanzi, si poteva ri-leggere il passato, studiare e ri-scrivere i libri altrui. La sua formula di composizione è stata il saggio-racconto che aderisce all’oggetto di studio, e ne prende il colore, il tono, la musica; una critica letteralmente camaleontica, che supera l’ufficio del giudizio in un abbandono integrale all’opera – come a un lembo di mare domestico, di cui si conoscono perfettamente i fondali, le temperature, le insidie, e soprattutto le bellezze segrete. Ecco una metafora adoperata alla sua maniera: per schiudere un’altra immagine e farla lampeggiare in una sequenza già fitta di immagini, in una foresta di visioni altrui – inventariate, parafrasate, glossate, delibate a lungo, con un piacere che diventa contagioso, che irretisce il lettore, lo contagia. (P. Di Paolo). Tra i suoi saggi biografici più importanti ricordiamo “Manzoni” nel 1980, poi “Kafka” nel 1987, “La colomba pugnalata. Proust e la Recherche” del 1995 e “Leopardi” del 2010. Questo non ha significato essere avulso dalla realtà bensì leggerla con gli occhi della classicità nella sua lezione più vera e duratura. Complesso il suo italiano, ricco e armonioso, ampio e a volte faticoso ma capace di recuperare tutte le potenzialità della lingua, quelle che gradualmente ma inesorabilmente stiamo perdendo in una semplificazione che tende a diventare sempre più banalizzazione. Tuttavia, mi si potrebbe obiettare, Citati ha vissuto, prodotto, amato in una vita lunga e piena.

Non altrettanto si può dire di Luca Serianni che, vittima di un incidente stradale avvenuto per altro sulle strisce pedonali, avrebbe potuto dare ancora molto, specie alle giovani generazioni cui si rivolgeva con l’amore e la cura che ogni docente di qualunque ordine e grado dovrebbe avere nei confronti dei propri alunni. Non a caso il cordoglio nei suoi ex- studenti è stato unanime. Nella sua carriera accademica ha dedicato quasi tutta la sua attività al culto della parola scritta e parlata, badando a che i suoi studi si riversassero nei numerosi tesi di grammatica che circolano ormai da tempo nelle scuole. Una volta disse, scherzando ma nemmeno troppo, che gli sarebbe bastato essere ricordato come lo studioso del “sé stesso” accentato. In una grammatica risalente ai primi anni Novanta, chiariva che la regola di non accentare “sé” quando sia seguito da “stesso” o “medesimo” – in quanto non può confondersi con la congiunzione – è “senza reale utilità”, ed è perciò preferibile “non introdurre inutili eccezioni”. Praticità, concretezza, attenzione e studio anche nel piccolo problema, nello studio del monosillabo. Serianni si definiva storico della lingua “incline a una vocazione empirica che si avvale dei singoli sviluppi storici, più che delle strutture”, “un antisistematico, un praticone della parola”.

Povero italiano, con sempre meno maestri, povera Patria.

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