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PNRR, 2^ puntata: dissesto idrogeologico

by Giulio Espero

Continuiamo le nostre brevi considerazioni sul recente PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – con il quale il governo Draghi, in una certa continuità col precedente esecutivo Conte bis, intende attuare il Recovery Plan per l’Italia. Come noto, parliamo di circa 220 miliardi di euro tra Recovery Fund e Fondo complementare, articolati in sei misure di investimento da destinare alla ripresa post epidemia Covid-19.

La volta precedente aprimmo un primo focus generale sulla seconda Misura – Rivoluzione verde e transizione ecologica – cui sono destinati complessivamente 59,33 miliardi di euro di cui 15,06 per la componente denominata M2C4 – tutela del territorio e della risorsa idrica. Di questi 15,06 miliardi, ben 8,49 sono destinati a prevenire e contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici sui fenomeni di dissesto idrogeologico e sulla vulnerabilità del territorio. Misura che si articola in due tipi di investimento e una riforma.

In particolare, abbiamo:

Investimento 2.1: Misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico con una dotazione di circa due miliardi e mezzo.

Investimento 2.2: Interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei Comuni, cui sono destinati sei miliardi di euro.

Riforma 2.1: Semplificazione e accelerazione delle procedure per l’attuazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico.

In relazione agli investimenti programmati per la riduzione del rischio idrogeologico, abbiamo già espresso la nostra perplessità di ordine generale, riguardo sia al rapporto quasi esclusivo di causalità individuato nel cambiamento climatico, sia alla esiguità delle risorse appostate. L’obiettivo ambizioso del pianificatore è quello di mettere in sicurezza circa un milione e mezzo di italiani che attualmente vivono in zone a rischio frana, attraverso interventi strutturali che mirino ad invertire la logica post evento solitamente applicata, focalizzando l’attenzione sulla fase preventiva e di riduzione del rischio residuo.

Concordiamo pienamente, ma sappiamo benissimo che il vero indice di realizzabilità è molto basso, a meno che non si pensi di utilizzare il metodo Ponte Morandi in tutta la penisola. Ma sembra difficile. Lo stesso meccanismo di programmazione e selezione degli interventi non appare del tutto esplicitato. Con tutta probabilità si finirà, anche alla luce dei tempi stretti contingentati dal piano, per mutuare gli interventi programmati dalle singole Regioni (istituzionalmente deputate alla difesa del suolo) con un inevitabile effetto a macchia di leopardo: le regioni più efficienti ed attrezzate tecnicamente si vedranno finanziati i progetti a prescindere dall’urgenza e dalla vera opportunità degli stessi.

Quasi un pastiche ci riserva la didascalia dell’Investimento 2.2. Un vero e proprio calderone dove “…un insieme eterogeneo di interventi (di portata piccola e media) da effettuare nelle aree urbane. I lavori riguarderanno la messa in sicurezza del territorio, la sicurezza e l’adeguamento degli edifici, l’efficienza energetica e i sistemi di illuminazione pubblica…” Ben 6 miliardi di euro, per finanziare praticamente un po’ di tutto, da distribuire verosimilmente a pioggia a tutti i comuni d’Italia per non scontentare nessuno. Per carità, la politica del territorio è legittimamente anche questo, ma pensare di aumentarne la resilienza con i lampioni stradali a led fotovoltaici ci sembra un tantino romantico.

E veniamo infine alla Riforma 2.1. Si parte da alcune sacrosante verità, peraltro evidenziate dalla Corte dei Conti, come “… l’assenza di un’efficace politica nazionale, di natura preventiva e non urgente, per il contrasto al dissesto idrogeologico; la difficoltà degli organi amministrativi nell’inserire la tutela del territorio nelle proprie funzioni ordinarie; la debolezza dei soggetti attuatori e dei Commissari/Presidenti Straordinari della Regione, che non hanno strutture tecniche dedicate…”

Per superare dette criticità il piano individua in maniera schematica:

  • la semplificazione e l’accelerazione delle procedure per l’attuazione e finanziamento degli interventi, a partire dalla revisione del DPCM 28 maggio 2015 (recante i criteri e le modalità per stabilire le priorità di attribuzione delle risorse agli interventi) e del relativo “sistema ReNDiS”;
  • il rafforzamento delle strutture tecniche di supporto dei commissari straordinari;
  • il rafforzamento delle capacità operative delle Autorità di bacino distrettuale e delle Province (presso le quali istituire un Ufficio specializzato di cui anche i Commissari possano avvalersi);
  • la sistematizzazione dei flussi informativi e l’interoperabilità dei diversi sistemi informatici;

A parte l’ultimo capoverso che lascia il tempo che trova, ci sembra che le riforme strategiche individuate, lastricate di troppe buone intenzioni ma di poche idee concrete sul come realizzarle, soffrano di una certa contraddittorietà. Prevedere l’istituzione di commissari (e quindi di poteri commissariali in deroga?) per le singole opere o i singoli programmi di interventi, contestualmente al rafforzamento delle capacità operative delle Autorità di Bacino e delle Amministrazioni provinciali (ma non si dovevano abolire?), ci sembra possa ingenerare ancora una volta pericolosi dualismi e sovrapposizioni di poteri operativi e centri decisionali, che tanto hanno nuociuto alla storia dell’intervento pubblico in Italia. In Campania abbiamo ancora sotto gli occhi il trentennale balletto dei continui rimpalli che ha affondato la bonifica di Bagnoli tra commissari, enti attuatori, società in house, cabine di regia e chi più ne ha più ne metta!

Un soggetto che programma e finanzia, un altro che progetta ed esegue ed un terzo che raccoglie pareri, verifica e controlla. Troppo rivoluzionario e poco resiliente?

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