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Pompei, Heureusement e malheureusement

Scavi, Restauri e Conservazione oggi

by Federico L.I. FEDERICO
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Più di un lettore mi ha chiesto ulteriori lumi e dettagli sulla vicenda dei “calchi in gesso”, prima realizzati da Carlo Bonucci per arredi in legno e parti di Porte in legno e poi – molti decenni dopo – da Giuseppe Fiorelli per corpi umani. Rispondere a queste giuste richieste mi consente di liberarmi della vicenda esistenziale di Carlo Bonucci, ricca di successi, ma anche di torti subiti, in speciale misura da Pompei.

Dunque, mi sembra giusto chiarire subito che Giuseppe Fiorelli, ebbe certamente grandi meriti, oggettivi, nella riorganizzazione moderna degli Scavi di Pompei dopo l’Unità d’Italia.

D’altra parte, Fiorelli – nato a Napoli nel 1823 quindi di oltre vent’anni più giovane di Bonucci – era di famiglia pugliese abbastanza agiata di Lucera, perché figlio di un Ufficiale dell’Esercito borbonico, che la vulgata vuole rimosso dall’incarico per le sue idee liberali, dopo i moti antiborbonici del 1821. Una volta trasferitosi a Napoli con la famiglia, Giuseppe Fiorelli si avviò agli studi giuridici.

Il futuro e famoso Direttore degli Scavi di Pompei si laureò in giurisprudenza nel 1841, coltivando altresì una propria personale passione verso la numismatica, sviluppatasi in lui per la frequentazione di un mercante e collezionista di monete antiche nel mercato antiquariale. Fiorelli conservò questa passione anche quando fu chiamato al Museo Archeologico, oggi MANN, per la sua competenza numismatica.

Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, per Fiorelli cominciò però un cursus honorum straordinario, che lo portò alla Carica di Preside della Facoltà di Lettere classiche nel 1861 – nonostante la sua modesta dimensione di grecista – e poi al Consiglio Comunale di Napoli. In seguito fu poi preposto a Pompei, andando a sostituire il Principe di San Giorgio Spinelli, “ormai politicamente isolato” come si legge sulla Treccani.

Giuseppe Fiorelli, operando bene a Pompei, ne riordinò razionalmente il procedere degli scavi per Insulae, riprendendo con intelligenza concreta anche progetti del decennio francese sulla suddivisione dell’area archeologica in Regiones, avviata grazie agli espropri murattiani, trovandosi a proprio agio grazie alla competenza giuridica e forense.

A suo merito va ascritto anche la pubblicazione periodica degli annali degli Scavi, forse però troppo attivi.

La fama di Fiorelli in breve varcò i confini nazionali e, nella seconda metà dell’Ottocento, egli – eseguendo per la prima volta nella storia degli Scavi pompeiani, nel 1865, i calchi in gesso di altrettanti cadaveri ritrovati durante gli scavi – diventò una star dell’Archeologia pompeianistica. Il solco che lo divideva dal vecchio suo predecessore Carlo Bonucci, che oltre cinquanta anni prima già aveva sperimentato e attuato la tecnica dei calchi in gesso, escludendone le vittime umane, si accentuò. Ma la fama di Fiorelli oscurò ogni contestazione del precursore Bonucci il cui declino, anche fisico, lo portò a morte appena qualche anno dopo, nel 1870, a Napoli.

Nel 1871, mentre il Regno d’Italia si consolidava con il Referendum farsa, Fiorelli, schierato con il nuovo potere centrale romano, fu promosso alla Direzione Generale degli Scavi e dei Musei del Regno, arrivando a Roma nel 1875 dove poté consolidare i propri rapporti con le maggiori istituzioni archeologiche internazionali, nella Capitale del neoistituito Regno d’Italia.

Fiorelli rimarcò sempre – con vigore polemico e strumentale verso l’Ancien Regime – il fatto che lo scavo pompeiano era entrato, grazie a lui, nella “modernità”, perché, prima del suo avvento alla Direzione, Pompei era stato considerata un sito fertile da cui asportare quanto di meglio si scavava, per collocare poi i migliori reperti nelle sale museali dei regnanti Borbone, prima nel Palazzo Reale di Portici, poi nel Museo napoletano.

Negli anni seguenti, a Pompei, si scavavano e si lasciavano, quindi, in sito stucchi, affreschi e mosaici. Ma la manutenzione per la Conservazione si praticava poco, per la carenza cronica di risorse.

Oggi, dunque, a distanza di circa un secolo e mezzo di “scavi moderni”, non possiamo non riconoscere che, alla fine, una tale strategia di “asportazione” da Pompei, o da Ercolano, per i siti museali reali, è stata una scelta – criticata e criticabile in sé – ma, oggettivamente, salvifica per la Conservazione di affreschi e stucchi e mosaici degli scavi vesuviani. A noi sia sufficiente constatare come oggi è ridotto il Tempio di Iside. Purtroppo, oggi nel sito isiaco non sopravvive più nulla del suo splendore di monumento pompeiano dagli accesi colori appena scavati. E le testimonianze pittoriche e gli altri reperti del Tempio di Iside furono studiati e pubblicati da colui che riteniamo il maggiore Pompeianista contemporaneo, Stefano De Caro, nel suo bellissimo volume “Il Santuario di Iside di Pompei”, del 1979, anche perché ancora conservati nel MANN. Rimasti intatti, o quasi, ancora visibili per tutti noi, contemporanei fideisti della Conservazione in sito. Heureusement!

Intanto a Pompei Gabriel Zuchtriegel, nei suoi panni di Archeologo, descrivendo con cura sull’E-Journal – che rimane una sua splendida innovazione – lo stato dei luoghi emergente dallo scavo delle cosiddette “favelas verticales” posteruttive dell’Insula Meridionalis – si pone problemi, condivisibili, indotti in lui dai recenti ritrovamenti, assolutamente atipici per Pompei. Dagli scavi effettuati, infatti, emergono con inequivoca evidenza documentaria verità mai forse prima chiaramente rivelate circa la lunga frequentazione post-eruttiva del sito della sepolta (quasi) Pompei. E comunque sempre sottovalutate, quando non ignorate. Anche se Carlo Bonucci ne scriveva già un secolo fa.

Insomma, l’inconscio archeologico ritrovato è messo in crisi dalla storia senza maiuscola, stratificata e superfetata… Malheureusement?

 

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