Quando se ne va una voce come quella di Gino Paoli, non si ha la sensazione di una fine. Piuttosto, è come se si abbassasse il volume di qualcosa che ci ha accompagnato per tutta la vita.
Gino Paoli, morto la notte scorsa a Genova a 91 anni, più che un cantautore è stato un modo di sentire. Un modo di stare dentro le parole, di lasciare che la musica arrivasse senza bisogno di alzare la voce. Con la sua scomparsa se ne va un pezzo di memoria collettiva, ma resta qualcosa di più difficile da definire: un’atmosfera, una certa idea di intimità.
Con le sue giacche di pelle, gli occhiali scuri e i maglioni neri, Paoli si distingueva anche nell’immagine, così vicina a quella degli chansonnier francesi. Apparteneva a un momento magico della musica italiana, quello della cosiddetta Scuola genovese, insieme a voci come Luigi Tenco e Fabrizio De André. Un gruppo di artisti che ha cambiato per sempre il modo di scrivere canzoni, portando dentro la musica la letteratura e la vita vera.
All’interno di quella stagione irripetibile, Paoli è stato forse il meno apertamente politico. Non inseguiva il racconto sociale come altri suoi compagni di strada. Eppure, proprio in questa apparente distanza ha trovato la sua forza più distintiva. Ha scelto un territorio più intimo, ma non per questo meno universale, quello dei sentimenti.
Aveva un talento raro, quasi impareggiabile, nel costruire canzoni d’amore che non erano mai semplici dichiarazioni. Erano visioni. Piccoli mondi evocati attraverso immagini potentissime, capaci di trasformare emozioni private in qualcosa di condiviso.
Basta pensare a Il cielo in una stanza, un brano sospeso nel tempo, che apre uno spazio intimo dove il mondo fuori smette di esistere. Oppure a Sapore di sale, con quella leggerezza malinconica che solo lui sapeva rendere così naturale, come se l’estate portasse sempre con sé una sottile nostalgia.
Aveva trasformato la canzone leggera in qualcosa di colto. La sua scrittura suggeriva, lasciava spazio. E in quello spazio, ognuno trovava qualcosa di sé. Ha insegnato a intere generazioni che si può essere intensi senza essere pesanti, malinconici senza diventare patetici, sentimentali senza scivolare nel ridicolo. Un equilibrio che resta ancora oggi un piccolo miracolo.
Fuori dalla musica, la sua vita è stata altrettanto intensa, segnata da grandi amori, passioni travolgenti e scelte che per l’epoca fecero discutere. Le relazioni, dal matrimonio con Anna Fabbri, agli amori con Ornella Vanoni e Stefania Sandrelli, si sono intrecciate spesso con la sua produzione artistica.
Non sono mancati i momenti difficili: una propensione all’alcol, affrontata negli anni, anche dopo la perdita del fratello. E soprattutto l’episodio più drammatico, nel 1963, quando tentò il suicidio sparandosi al petto. Il proiettile, rimasto nel corpo per tutta la vita, è diventato quasi una metafora involontaria della sua esistenza, una ferita mai del tutto rimarginata.
Negli ultimi anni, anche il dolore per la perdita del figlio Giovanni.
