Le trasformazioni più profonde delle democrazie non arrivano quasi mai con un colpo di scena. Arrivano per accumulo. Una riforma alla volta. Un meccanismo alla volta. Una modifica che, presa da sola, sembra tecnica. Ragionevole. Persino neutra. Il punto non è mai la singola riforma. Il punto è quando tutte le riforme iniziano a lavorare nella stessa direzione.
Qui la direzione è chiara, la progressiva concentrazione del potere politico. Tre leve istituzionali vengono modificate nello stesso tempo:
- la forma di governo, con un premierato molto forte;
- la legge elettorale, con premio di maggioranza e liste bloccate;
- l’assetto della magistratura, con separazione delle carriere, due CSM e una nuova Alta Corte disciplinare.
Separatamente sono capitoli di una discussione. Insieme diventano un sistema.
Il primo passaggio: il Parlamento.
Una democrazia rappresentativa vive di una regola semplice: gli eletti devono dipendere dagli elettori. Con le liste bloccate questo rapporto si indebolisce radicalmente. Gli elettori non scelgono i parlamentari. Scelgono un simbolo. I candidati, l’ordine della lista, le posizioni eleggibili vengono stabiliti prima del voto dai vertici politici. Se a questo si aggiunge un premio di maggioranza, la coalizione vincente riceve automaticamente una quota significativa di seggi. Il risultato è un fatto politico spesso ignorato: chi guida la coalizione vincente incide direttamente sulla composizione della propria maggioranza parlamentare.
In altre parole: decide chi entra nelle liste; stabilisce chi ha probabilità reale di essere eletto; costruisce il gruppo parlamentare che dovrà sostenerlo. Il rapporto fiduciario cambia direzione. Non più parlamentari responsabili verso gli elettori. Ma parlamentari politicamente dipendenti da chi li ha selezionati.
Il secondo passaggio: il governo.
Se quella maggioranza è già rafforzata dal premio di maggioranza e selezionata dall’alto attraverso le liste, il rafforzamento del ruolo del premier produce un effetto quasi inevitabile. Il Parlamento perde progressivamente la funzione di contropotere. Non è più il luogo in cui il governo viene controllato, corretto, limitato. Diventa sempre più spesso il luogo in cui le decisioni dell’esecutivo vengono confermate. La stabilità diventa sovrapposizione tra governo e maggioranza. Ma la stabilità, nelle democrazie costituzionali, non nasce dalla concentrazione del potere. Nasce dal bilanciamento tra poteri.
Il terzo passaggio: la lista e il sorteggio.
Qui entra in gioco uno dei meccanismi più delicati. I membri laici dei due Consigli Superiori della Magistratura vengono estratti a sorte. Ma non da un insieme aperto. Il Parlamento elegge prima la lista dei candidati da cui avverrà il sorteggio. Questo cambia completamente la prospettiva.
Il sorteggio non sceglie nella società. Sceglie dentro un elenco costruito politicamente. E la composizione di quella lista diventa il vero punto di controllo. Se la lista è formata da figure culturalmente o politicamente affini alla maggioranza parlamentare che la compila, l’imprevedibilità del sorteggio si riduce drasticamente. La casualità sopravvive, ma solo dentro un recinto già delimitato.
Il risultato è un paradosso istituzionale. La politica riduce al minimo l’alea nelle scelte che la riguardano, ma lascia che l’alea agisca soprattutto nella parte della magistratura su cui non esercita un controllo diretto. Il caso rimane, ma è un caso guidato.
Questo meccanismo non è isolato. Si inserisce in una catena istituzionale molto precisa.
Il Parlamento: compone la lista per il sorteggio dei membri laici dei CSM; elegge cinque giudici della Corte Costituzionale; elegge il Presidente della Repubblica dal quarto scrutinio.
Il Presidente della Repubblica: presiede i due CSM; nomina altri cinque giudici della Corte Costituzionale; nomina tre membri dell’Alta Corte disciplinare per i magistrati.
Se il Capo dello Stato viene eletto da una maggioranza parlamentare costruita con premio di maggioranza e liste bloccate, l’effetto cumulativo diventa evidente. La stessa maggioranza politica può influire contemporaneamente su: governo; Parlamento; Presidenza della Repubblica; Corte Costituzionale; autogoverno della magistratura; disciplina dei magistrati. Non è un singolo potere che cresce. È una catena di poteri che si allinea. Il rischio che le democrazie conoscono bene.
La teoria politica ha un nome per questo scenario: la dittatura della maggioranza. Non significa necessariamente abolire le elezioni. Non significa sospendere la legalità formale. Significa qualcosa di più sottile. Un sistema in cui la maggioranza politica riesce gradualmente a estendere la propria influenza su tutti i punti di equilibrio dello Stato. Le istituzioni continuano a esistere. Le procedure continuano a funzionare. Ma i contrappesi diventano sempre più deboli.
Le democrazie contemporanee hanno già visto questo processo svilupparsi attraverso riforme successive e formalmente legittime, come nel percorso politico guidato da Viktor Orbán in Ungheria. Non è un evento improvviso. È un cambiamento di equilibrio.
Conclusione.
Per questo il referendum non è solo una consultazione tecnica su norme che riguardano l’organizzazione della magistratura. È il momento in cui i cittadini sono chiamati a decidere quale equilibrio tra i poteri dello Stato vogliono per il futuro.
Quando il voto riguarda le regole del sistema, non si decide soltanto su una riforma. Si decide sulla direzione che prenderà la democrazia nei prossimi anni. Il mio “no” al prossimo referendum del 22 e 23 marzo è soprattutto un modo per preservarne l’integrità.
