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Sanremo tra ironia e silenzi, la terza serata cerca il colpo di scena

Ma non succede quasi nulla

by Francesca Pica
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Foto by RaiNews

 

Arrivati alla terza serata, la sensazione si è fatta chiara. Dopo una prima all’insegna della cauta fiducia e una seconda attraversata da un timore strisciante, funzionerà davvero? Il terzo giorno consegna una certezza meno entusiasmante: non succede quasi nulla. E il problema non è l’errore. Non è la stecca, non è la gaffe, non è l’abito sbagliato. Il vero rischio, oggi, è l’irrilevanza. In un’epoca in cui l’attenzione è la moneta più preziosa, l’incubo di ogni performance non è il fallimento clamoroso, ma lo scivolare via senza lasciare traccia. Senza indignazione, senza entusiasmo, senza quel momento che costringe tutti a sollevare lo sguardo dal telefono.

Il terzo atto del Festival di Sanremo 2026 sembra muoversi proprio su questa linea: corretto, professionale, perfino gradevole. Ma raramente necessario. Sanremo non vive soltanto delle canzoni in gara. Vive di scarti improvvisi, di gesti inattesi, di sussulti capaci di trasformare una normale serata televisiva in un evento collettivo. Vive di quell’istante in cui l’Ariston diventa il centro emotivo del Paese.

Quest’anno, invece, le discussioni più accese sembrano consumarsi altrove: in sala stampa, sui social, nelle anticipazioni del pomeriggio. È come se il dibattito precedesse lo spettacolo e poi lo superasse. Il palco, una volta acceso, non riesce a produrre un equivalente emotivo.

Manca il gesto spiazzante. Manca la polemica che divide. Manca l’ospite capace di spostare l’asse della serata. Tutto scorre. Tutto è sotto controllo. E forse è proprio questo il punto: un Festival perfettamente governato, ma raramente travolgente. L’unico vero guizzo capace di ravvivare la serata è stato il sabotaggio gentile di Ubaldo Pantani, uno dei co-conduttori. Nei panni di un Lapo in versione manageriale, è sceso le scale dell’Ariston come se stesse entrando in un consiglio d’amministrazione più che in un varietà. Ha scambiato Carlo Conti per Fabio Fazio e ha inanellato congiuntivi traballanti e strafalcioni linguistici come fossero dichiarazioni d’intenti. Satira leggera, ma finalmente viva.

Divertente anche Vincenzo De Lucia, che ha portato sul palco una versione “official” di Laura Pausini e un’imitazione riuscita di Maria De Filippi. Ritmo, precisione, riconoscibilità: elementi che, in una serata prudente, hanno fatto la differenza.

Il punto più debole, invece, è stato il silenzio dell’altra co-conduttrice, Irina Shayk. Bellissima, impeccabile, perfetta anche nel nude look. Ma muta. Nel 2026, il Festival ripropone l’archetipo della modella statuaria e silenziosa in uno show che vive di battute, tempi comici e sfumature verbali. L’unica a provare a coinvolgerla è stata Pausini, con tentativi rimasti sospesi a mezz’aria.

Il primo vero momento solenne arriva con il premio alla carriera a Mogol. “Un’accoglienza così mi emoziona”, dice Giulio Rapetti, 89 anni, mentre l’Ariston si alza in piedi. Video celebrativi, frammenti di canzoni che sono storia collettiva: un passaggio che ricorda quanto il Festival sia anche archivio emotivo della musica italiana.

Poi l’atmosfera cambia registro e diventa internazionale. Smoking nero, memoria che vibra: Eros Ramazzotti torna dove tutto è cominciato. Adesso tu compie quarant’anni. La voce è riconoscibile, più segnata dal tempo e forse proprio per questo più intensa. Parla di successo, di cambiamento, di coerenza. Per qualche minuto il teatro ascolta davvero.

Con l’ingresso di Alicia Keys la serata fa un salto netto. Tuta nera di pelle, pianoforte al centro, canta per la prima volta in italiano: L’Aurora diventa un ponte tra mondi. Dalla galleria parte il coro “bis, bis”. Chiude sola, voce e piano, con Empire State of Mind. Standing ovation autentica, non di protocollo.

Non si è parlato apertamente di guerra, ma un messaggio di pace è arrivato con Heal the World di Michael Jackson, interpretata da Pausini insieme al Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna: momento costruito, ma emotivamente efficace.

Sul fronte gara, tra i 15 Big in scena, il televoto e la giuria delle radio hanno indicato una top five senza ordine di piazzamento composta da Arisa, Sayf, Luchè, Serena Brancale e Sal Da Vinci. Segnale di una classifica ancora fluida, con equilibri tutt’altro che definitivi.

Ora il Festival si concede una pausa dalla gara per la tradizionale serata delle cover: 30 artisti, duetti, omaggi alla musica italiana e internazionale. È spesso lì che il termometro si alza davvero. Perché se questa terza serata ha alternato guizzi e stasi, le cover hanno il potere di rimettere tutto in discussione.

 

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