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Sembra tornata la vita nel Sarno

soprattutto nel tratto finale verso il mare

by Federico L.I. FEDERICO
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Energie per il Sarno, questa la formula/slogan con cui si è etichettato uno dei più importanti programmi europei di risanamento ambientale. La Regione Campania, come istituzione, con un ritardo epocale e colpevole, dopo alcune iniziative naufragate negli ultimi decenni su cui non ci soffermiamo, sembra aver dato finalmente al Sarno almeno una parvenza di dignità apparente di fiume. Sembra, ripeto.

A guardarlo si intravede un’acqua abbastanza pulita, anche se non trasparente. Essa però scorre su strati di limi e sabbie micidiali, avvelenate da decenni, sulle quali intanto sta già ricrescendo l’erba fluviale, con piante emergenti e piante galleggianti, le quali fanno ricordare a chi ha i capelli bianchi – quando li ha ancora – il verdeggiare delle acque trasparenti del Sarno che fu.

D’altra parte, l’obiettivo finale a lungo termine non è vicino. Dal sito web Portale Ufficiale di Energie per il Sarno, il lettore che lo vorrà comunque avrà la possibilità di conoscere nelle linee generali lo stato di avanzamento dei cantieri dei sub-interventi e apprendere le informazioni tecnico/amministrative sui lavori in corso.

Ma non è questo ciò di cui vogliamo parlare in questo articolo, di cui il fiume Sarno sarà però il protagonista. Insomma, finalmente oggi si potrebbe (forse) essere almeno (molto) moderatamente ottimisti per la sorte del Sarno e, quindi, per l’area geografica bagnata dal fiume, la quale prende il nome di agro sarnese dalla città di Sarno, che ha dato il nome al proprio fiume, secondo gli storici esperti della protostoria campana.

Il Sarno era chiamato anche Dragone nei secoli bui, per il suo andamento serpentiforme e sinuoso con cui solcava la piana grassa e ferace, sulla quale si affaccia l’antica città campana di Sarno, aggrappata alle ultime falde pedemontane dei suoi rilievi montuosi preappenninici, da cui nasce il fiume omonimo.

L’antica Sarnum fu città di area campana interna, che estendeva i propri confini fin dove essi si confrontavano pacificamente con quelli di Pompeii, città di fiume e di mare, nemica di Nuceria, la quale era città legata a Stabiae, con un passato di grande alleata “politica” degli Etruschi, che Pompeii non aveva mai voluto essere, limitandosi ai rapporti commerciali, in cui gli Etruschi erano però maestri nelle aree campane a loro legate.

Risparmiata dalla eruzione vesuviana, la città di Sarno si affermò poi nei secoli bui successivi, arricchendosi con le sue campagne famose per gli ortaggi prelibati, grazie alla loro qualità intrinseca derivante dall’acqua dolce del fiume Sarno.

E la città di Sarno, in epoca aragonese – che vide Napoli capitale del Mediterraneo – diede i natali a Mariano Abignente, uno tra i tredici protagonisti della “Disfida di Barletta” dello scontro cavalleresco con tredici cavalieri francesi, nell’anno 1503. Il sarnese Abignente fu dunque cavaliere sodale di Ettore Fieramosca, a capo di altrettanti cavalieri italiani, impegnato a rivendicare gloria per l’Italia qualche secolo prima che di Italia si cominciasse a parlare. Una statua lo ricorda ancora oggi ai posteri, inguainato in una corazza da torneo, davanti al bel Municipio sarnese.

 

La notizia è che Il fiume sembra oggi ripopolarsi lungo tutto il suo corso e – soprattutto nel tratto finale verso il mare, da Rovigliano a Scafati, attraverso tutto il tratto pompeiano – si arricchisce della presenza di fauna ittica marina, la quale risale la corrente.

E questo dato fa sperare chi scrive nella ripresa del fenomeno migratorio esistenziale delle anguille che dal lontano Mar dei Sargassi, sotto forma di “ceche” cioè di larve trasparenti, ma vive e attive, arrivavano da sempre a migliaia nel mare di Rovigliano per risalire il corso del Sarno. Ma le sfortunate ceche impattavano nella massa liquida nerastra che il fiume vomitava nel mare, uccidendole tutte.

Assisteremo alla vittoria della genetica oppure alla rivincita della epigenetica che avrà intanto guidato le ceche verso altri lidi, riprogrammandone l’istinto esistenziale nel mezzo secolo di avvelenamento della risalita fluviale? Aspettiamo che biologi marini autorevoli diano risposta al nostro quesito da cronaca giornalistica.

Intanto, però, si stanno ripopolando le sue sponde, nelle quali sopravvivevano rare famigliole di lontre, mai abbandonate del tutto dai grandi uccelli di passo migratorio avifaunistico. Tali rari e grandi uccelli negli ultimi due decenni hanno trovato nel parco preistorico di Lòngola una sorta di oasi lungo il loro grande e faticoso viaggio verso il nord europeo.

Ma oggi fanno notizia e destano – finalmente! – indignazione diffusa i sequestri di officine e aree destinate a smaltimento di inquinanti generati da attività artigianali improbabili e paleo-industriali, qualificabili soltanto come industria zero punto zero, non meritevole di sopravvivenza, per i suoi insostenibili costi sociali e per gli aspetti delinquenziali, che la gente non accetta più supinamente.

Quindi lo ripetiamo: Finalmente!!

 

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Antonio Abenante 25 Luglio 2026 - 14:46

Notizia incoraggiante !

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