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Trump e il Papa, contrasto tra registri diversi

Oltre le etichette: quando le parole rivelano la persona

by Guglielmo Scarlato
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In questi giorni, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio a Papa Leone XIV in occasione del suo viaggio apostolico in Africa. In quel testo, ha richiamato con forza il valore della pace, della fraternità e della responsabilità condivisa, sottolineando come ogni individuo e ogni comunità siano chiamati a contribuire al superamento delle divisioni e alla tutela della dignità umana, soprattutto in un tempo segnato da guerre, tensioni e crisi globali.

Parole alte, che non appartengono semplicemente a un ruolo istituzionale, ma sembrano nascere da una consapevolezza più profonda: quella che le grandi sfide del nostro tempo non possono essere affrontate con logiche di contrapposizione o con linguaggi che dividono.

In questo stesso contesto, hanno fatto discutere alcune espressioni attribuite a Donald Trump, giudicate denigratorie nei confronti del Pontefice. Non è tanto il singolo episodio a colpire, quanto il contrasto tra registri diversi: da un lato un linguaggio che cerca connessione e responsabilità comune, dall’altro uno che rischia di accentuare fratture e incomprensioni, anche sul piano del rispetto religioso.

Ma fermarsi a questo confronto sarebbe ancora troppo semplice.

Perché il punto più interessante è un altro: le persone non coincidono mai del tutto con le etichette che attribuiamo loro. Non esiste “il politico”, “il leader”, “il religioso” come categorie chiuse. Esistono individui che, di volta in volta, scelgono come parlare, come porsi, come interpretare il proprio ruolo.

Ed è lì che emerge qualcosa di decisivo: una vocazione personale, un modo di stare nel mondo che può andare oltre lo schieramento di appartenenza e perfino contraddirlo.

Liberarsi da una lettura faziosa non significa rinunciare al giudizio, ma affinarlo. Significa riconoscere che la complessità non è un limite da eliminare, ma una verità da attraversare.

In un’epoca in cui tutto tende a polarizzarsi, questo esercizio diventa quasi un atto di libertà. E forse, nel nostro piccolo, anche un gesto catartico: imparare a vedere non solo ciò che divide, ma ciò che, nelle differenze, può ancora parlare all’umano che ci accomuna.

 

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