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Trump, un tycoon con l’orbace

Rest in peace, Renee Nicole Good

by Luigi Gravagnuolo
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Che nel corso di una manifestazione di piazza possa scapparci il morto si sa. Solo che in uno stato di diritto, quando questo accade, al mortale incidente seguono le indagini della magistratura, l’individuazione del o dei colpevoli e la ricostruzione dell’esatta dinamica dei fatti. Quindi il processo, la sentenza, gli eventuali ricorsi, fino alla sentenza definitiva.

In uno stato di diritto un capo del governo non emette una sentenza arbitraria a prescindere. Ciò accade esclusivamente nelle dittature. Come in Iran, ad esempio, dove dei fanatici religiosi decidono a proprio piacimento impiccagioni, torture e impunità per i propri sgherri. Ma nel nostro caso non parliamo di Iran o di Afghanistan, e nemmeno di Russia o Cina. Diciamo degli USA, il faro della democrazia e della libertà. Fino allo scorso anno…

Renee Nicole Good, residente a Minneapolis, 37 anni, mamma di tre figli, ‘una delle persone più gentili mai conosciute, amorevole e affettuosa’ secondo le convergenti testimonianze di vicini e conoscenti, mercoledì scorso a Minneapolis, a pochi metri dalla sua residenza, stava questionando con alcuni agenti dell’ICE (l’Immigration and Customs Enforcement), la forza di polizia federale istituita nel 2003 dal presidente Bush a seguito dell’attentato alle ‘due torri’ dell’11 settembre 2001 allo scopo di contrastare il terrorismo interno. Gli agenti erano lì per svolgere il proprio lavoro, rastrellare immigrati. Lei, Renee Nicole Good, stava alla guida della sua auto. Fuori dell’auto una sua amica e vicina di casa, che le dava man forte nel battibecco con gli agenti e li riprendeva col cellulare. Il resto lo avete visto tutti nei video diffusi sui media del mondo intero, compresi quelli ripresi dalle body cam degli agenti. Questi, armati di tutto punto, si accostano all’auto; lei dice loro di andare a farsi una pizza e fa per allontanarsi. Una battuta, niente di più. E due di loro le sparano addosso, uccidendola. Nel video si vede e si sente la sua amica che grida con tutta la disperazione che ha in corpo e tenta di soccorrerla. In quel momento Renee era ancora viva. Gli agenti puntano le mitragliette sull’amica e le impediscono di avvicinarsi. Aspettano che la ragazza muoia. Un assassinio in piena regola, degno dei famigerati Tonton Macoutes di Papa Doc Duvalier.

Non finisce qui. Poche ore dopo l’assassinio di Minneapolis la stessa ICE ha freddato due coniugi a Portland. Questa volta però non ci sono prove video inoppugnabili. I due erano pericolosi delinquenti. La prova? Parlavano spagnolo e probabilmente erano venezuelani.

Questi i fatti, documentati, inoppugnabili. Orbene, appena si diffonde la notizia dell’omicidio di Renee N. Good, Donald Trump si affretta a dichiarare che quella sconsiderata se l’è cercata. Era la più turbolenta tra i manifestanti che difendevano gli immigrati – di tali manifestanti non c’è traccia nei video – e per di più aveva tentato di investire con la sua auto gli agenti dell’ICE. Subito a rimorchio si è lanciato il vice, J.D. Vance, “i responsabili sono la donna e tutti gli estremisti che insegnano che l’immigrazione è l’unica legge su cui i rivoltosi possono interferire” ha sostenuto; quell’agente “ha sparato per legittima difesa … stava facendo il suo lavoro e lei cercava di impedirglielo”. Posizione ribadita dallo stesso Trump nelle interviste del giorno dopo. Indecente sfrontatezza! Neanche Mussolini osò tanto dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti.

Per fortuna non c’è solo l’America dei Maga e anche tra quest’ultimi si sta levando qualche voce di rigetto. Giovedì scorso il Senato degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, ha approvato una risoluzione che mira a limitare I poteri del president sul Venezuela. Segno di una crescente preoccupazione bipartisan nei confronti del suo furibondo protagonismo.

Ma Trump, imperterrito, va avanti. Sta trasformando l’ICE, che essendo giuridicamente federale può agire in tutti gli Stati della Federazione, in una sorta di milizia speciale personale. E la Guardia Nazionale in un esercito al servizio della Casa Bianca contro gli oppositori democratici e i governatori degli Stati che non obbediscono ai suoi diktat. Viola sistematicamente l’autonomia statuale e scatena le reazioni dei governatori. Nello scorso giugno, in California il Governatore Gavin Newsom ordinò che la Guardia Nazionale e i marines uscissero da Los Angeles e avviò una causa contro il governo federale per violazione della costituzione.

Sullo scenario internazionale i metodi del tycoon sono analoghi, più affini a quelli mafiosi che a quelli di uno Stato democratico. Non so se qualcuno che qui ci legge ha avuto mai a che fare, magari solo per sentito dire, con la mafia o la camorra o altre organizzazioni criminali. Se a un boss interessa qualcosa nella disponibilità giuridica di un altro – un terreno, una fabbrica o semplicemente un appalto pubblico – avvicina il detentore del bene e gli offre un mare di soldi per impossessarsene. Se però questi si rifiuta di accettare la generosa elargizione, cominciano le angherie, gli atti intimidatori, infine la minaccia di morte, quindi nei casi estremi l’esecuzione. Delle leggi e dell’etica al mafioso interessa nulla. L’unica legge è quella del più forte e lui si sente più forte delle vittime.

E cosa sta facendo ora il tycoon con la Groenlandia? L’isola non è roba sua e il diritto internazionale la tutela. Ma lui la vuole e lui è il più forte. Va precisato che non ha neanche la giustificazione della necessità di difendere gli USA dalle minacce russe e cinesi nell’Artico, che pur ci sono. La Groenlandia, protettorato della Danimarca, fa parte della NATO e gli USA, fin dal trattato bilaterale del 1951, hanno già tutta l’agibilità giuridica e militare per insediarvi ogni desiderabile arsenale difensivo, comprese le truppe. La difesa degli USA non ci azzecca, quello che Trump vuole sono le ricchezze del suo sottosuolo.  E allora cosa fa? Offre centomila dollari a persona ai cittadini della Groenlandia se gli vendono se stessi e l’isola tutta. Poi dice: se non accettate vi prenderò con la forza. Così nella storia hanno fatto tutti i nazional-imperialisti: lusinghe corruttive seguite da invasioni militari in caso di loro insuccesso.

L’altro ieri il presidente ha rilasciato alcune interviste ‘esclusive’. Alla sua Fox TV e all’odiato New York Times, tra gli altri media compulsati. Nello Studio Ovale ha accettato di rispondere alle domande di quattro giornalisti del Times, David Sanger, Tyler Pager, Katie Rogers e Zolan Kanno-Youngs, tutti corrisponedenti dalla Casa Bianca.

Il succo del suo pensiero? Lui non si sente vincolato da alcuna legge, né limitato da qualsivoglia organo di controllo. Né dentro gli USA, né sulla scena internazionale. L’unica legge che vale è la forza, temperata esclusivamente dalla sua morale personale. Delle norme, delle corti di giustizia, delle assemblee parlamentari, di tutti questi orpelli lui se ne frega. Appunto, ‘me ne frego!’ Non lo diceva già uno che in Italia ricordiamo bene?

 

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