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“Tuttoattaccato” di Giovanna Sica, un piccolo caso letterario

by Piera De Prosperis

In un panorama letterario sempre più fitto di titoli di ogni genere, saggi, romanzi, inchieste, che cosa rende Tuttoattaccato di Giovanna Sica un piccolo caso letterario?

Innanzitutto la modalità di pubblicazione. E’ un’edizione bookabook. Come nella prefazione al romanzo spiegano i fondatori della start-up, Emanuela Furiosi e Tomaso Greco, il libro viene inizialmente proposto all’editor che dà un giudizio professionale sulla qualità dell’opera, quindi ai lettori che sostengono il libro, pre-ordinandolo, dopo aver letto l’anteprima. Scelto il libro, attraverso il crowdfunding, esso ritorna all’editor che ne cura la veste grafica, lo pubblica in cartaceo e in digitale, lo distribuisce online e nelle librerie. E’ un punto di non ritorno per l’oggetto libro che sembra diventare carne viva, creatura che cresce e si alimenta di coloro che poi lo divoreranno. Intorno ad esso si costruisce una community, che, attraverso il passaparola, crea condivisione e complicità. In questo modo non solo si dà un nuovo respiro all’editoria utilizzando il web per arrivare al maggior numero possibile di fruitori, ma si stabilisce un feeling profondo tra scrittore e lettori, non più consumatori ma promotori del libro stesso. Si genera un circuito virtuoso e se ne avvantaggia la lettura, operazione tanto importante ma ancora tanto desueta.

Tuttoattaccato ha quindi già superato l’esame di uno zoccolo duro di lettori che lo hanno scelto perché venisse immesso nel circuito della più ampia fruizione.

Proviamo adesso a leggerlo noi ed a scendere più nel profondo del testo. Un romanzo, scritto da una donna che racconta di donne. Lei, Giovanna Sica, al suo primo romanzo. Donna forte che non si ferma di fronte alle difficoltà, pronta ad affrontare ogni lavoro per non venire meno ai suoi sogni. Giornalista, attenta al presente ed alle problematiche di chi si trova in difficoltà. Cosa racconta in questo romanzo, originale già dal titolo?

“Te la ricordi la prima volta che ti dissi ti voglio bene? Lo pronunciai in un soffio, tuttoattaccato, sì, con la paura che se ci avessi messo in mezzo le pause poi non avrei più trovato il coraggio di dirtelo…”.

Sandra gestisce la Puteca, una bottega a Marina di Vietri, in cui contrabbanda favole e vestiti usati. La Puteca, però, non è solo un emporio: è un crocevia in cui si incontrano le storie umane e struggenti di quattro amiche che vivono la loro vita pagando lo scotto di un passato doloroso. Un passato che a volte agisce sul presente, acquattato nella penombra dei ricordi, a volte, invece, si manifesta in carne e ossa a metterle alla prova. Ma salvarsi non è sempre e solo uscire indenni dalle difficoltà, perché la vita è un sentiero complesso che intreccia gioia e dolore, colpa e perdono; è un universo in cui nulla vive per sé, ma ogni elemento esiste in rapporto con gli altri…tuttoattaccato.

La sinossi, opera dell’autrice stessa, ci individua innanzitutto lo sguardo femminile sul mondo, una chiave di lettura in cui le voci delle quattro amiche si sovrappongono e giustappongono le une alle altre, in una decisa prevalenza di discorso diretto che rende vivace ed intensa la narrazione. Storie di donne, di diversa età, che hanno sofferto ma che nel raccontarsi trovano sollievo. E’ un narrare, narrarsi e scrivere di sé. Una narrative-therapy che saremmo portate a fare ciascuna di noi nei momenti di difficoltà e di cui, però, poche sono capaci.

Il ritmo della narrazione non è lineare, è il tempo della coscienza che rende più o meno importanti, più o meno rilevanti gli episodi, a seconda del momento che stiamo vivendo. La scelta linguistica si avvale dell’apporto del dialetto per alcune espressioni colorite che solo la lingua popolare sa esprimere al meglio. Vi sono citazioni di canzoni di Pino Daniele. Insomma un testo proteiforme e coinvolgente. Un gruppo di donne di cui vorremmo far parte perché la sorellanza aiuta a comprendere i fatti e se stesse.

“Nel rapporto fondamentale con se stessi gli esseri umani sono prevalentemente dei narratori […]; amano il succedersi ordinato dei fatti perché assomiglia ad una necessità, e l’impressione che la loro vita abbia un “corso” li fa sentire come protetti in mezzo al caos.” [Cit. Musil]

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