Intervento presentato a Roma lo scorso 20 marzo all’incontro SVIMEZ-CNEL:Â Politiche pubbliche e geografia istituzionale –Â AUTONOMIA DIFFERENZIATA.
Una delle conseguenze piĂč aberranti – anche se tra le meno conosciute – del provvedimento varato dal Governo per la cosiddetta âautonomia differenziataâ, Ăš la definitiva rinuncia ad una visione unitaria del territorio nazionale, sostituita da una parcellizzazione in realtĂ regionali sconnesse tra loro.
Dâaltronde la questione dellâassetto del territorio Ăš insita in quella della ripartizione delle competenze e dei poteri tra Stato e Regioni che nasce con lâart. 115 del dettato costituzionale – âLe Regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri e funzioni secondo i principĂź fissati nella Costituzioneâ – la cui vicenda puĂČ essere riassunta con riferimento ad alcuni quadri temporali.

1952
Siamo nel pieno della ricostruzione post-bellica e il Ministero dei Lavori Pubblici pubblica uno studio – âI Piani Regionali – Criteri di indirizzo per lo studio dei Piani Territoriali di coordinamento in Italiaâ – alla cui elaborazione prendono parte alcune delle migliori intelligenze urbanistiche dellâepoca: da Giovanni Astengo a Federico Gorio, Luigi Piccinato, Ludovico Quaroni, Bruno Zevi.
Il significato che viene attribuito ai Piani Regionali Ăš quello dellâapertura di una nuova prospettiva per il governo del territorio che consenta di superare la ristrettezza delle soluzioni legate ai piani comunali (Legge 1150/42) e aprire ad una dimensione piĂč ampia: diventa pianificazione del territorio.
Per questo motivo a corredo dellâelaborato compaiono numerose tavole dâinsieme del territorio nazionale, che evidenziano molteplici aspetti: le aree agricole, le localitĂ turistiche, le linee ferroviarie, le strade di grande circolazione, gli aeroporti.
In sostanza, pur nella difficile fase di ricostruzione post-bellica e con una struttura economica ancora essenzialmente agricola, si avverte la necessitĂ di una visione complessiva del Paese e dellâassetto del suo territorio.


1955-65
Sono gli anni del cosiddetto miracolo economico nel corso dei quali, a fronte degli imponenti cambiamenti che portano ad una accentuazione degli squilibri tra Centro-Nord e Sud, si avviano i primi tentativi di programmazione economica: lo âSchema di sviluppo dellâoccupazione e del reddito in Italia nel decennio 1955/64â, noto come âPiano Vanoniâ (1955); la âRelazione generale sulla situazione economica per il Paese del 1961â, con il corredo della âNota aggiuntiva La Malfaâ (1962) e anche uno âSchema di pianoâ predisposto da Antonio Giolitti, mai approvato.
Anche in concomitanza con quei piani si avverte lâesigenza di garantire unâequilibrata articolazione regionale della programmazione economica nazionale e a quel fine vengono istituiti i CRPE – Comitati Regionali per la Programmazione Economica, organi periferici del Ministero del Bilancio e della programmazione Economica, con il compito di elaborare âSchemi di sviluppo regionaleâ coerenti con le previsioni della programmazione nazionale.
Ma come ricorda anni dopo Franco Archibugi, uno dei maggiori studiosi di quelle tematiche, quegli schemi soffrirono âdell’assenza di un adeguato quadro di riferimento nazionale ovvero interregionale, che contenesse appunto una articolazione regionale sulla quale costruire i piani regionali dei CRPE e poi delle Regioniâ.

1969
Eâ lâanno in cui il Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica presenta il âProgetto â80 – Rapporto Preliminare al Programma Economico Nazionale 1971-75â, un elaborato di alto profilo e di lunga prospettiva che muove da una visione strategica del Paese, propone un approccio unificato tra programmazione economica e pianificazione del territorio e si pone in una logica di raccordo tra le scelte del Governo e quelle degli altri centri decisionali, in primo luogo le Regioni anche se non ancora istituite.
Inoltre, con le âProiezioni territorialiâ, delineava per la prima volta un disegno unitario di assetto del territorio nazionale allâinterno di un âModello programmaticoâ.
Purtroppo anche il Progetto â80 rimane del tutto disatteso, cosĂŹ come rimane sulla carta lo scenario territoriale, perchĂ© lâuno e lâaltro vengono superati dallâavvento delle Regioni a statuto ordinario.

1970-2000
Eâ il lungo periodo durante il quale – a partire dalla legge istitutiva, dallâelezione dei Consigli regionali e dallâapprovazione degli Statuti – si ha la piena maturazione delle Regioni a statuto ordinario.
Nel corso di quegli anni le Regioni si dotano di loro piani territoriali, mentre a livello centrale non vengono predisposte le linee di assetto in grado di garantire una visione unitaria del territorio, che pure erano state indicate come âcompetenze dello Stato â fin dallâart. 81 del DPR 616/77: âlinee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale, con particolare riferimento alla articolazione territoriale degli interventi di interesse statale ed alla tutela ambientale ed ecologica del territorio nonchĂ© alla difesa del suoloâ
Non a caso quando alla fine di quel periodo il Ministero dei Lavori Pubblici pubblica il âRapporto sullo stato della pianificazione del territorioâ, la conclusione che se ne trae in uno scritto di Alberto Clementi Ăš che âlâimmagine implicita del territorio italiano proviene piuttosto dal patchwork dei molteplici piani regionali, provinciali e comunali, che combinandosi con piani nazionali dei trasporti, dei parchi, dei bacini e altri piani di settore per i servizi e le infrastrutture compongono una figura complessiva quanto mai confusa e contraddittoria per la inevitabile eterogeneitĂ dei suoi materiali costitutiviâ.

2001
Eâ lâanno in cui lâidea di dotare il Paese di un disegno unitario del suo territorio viene definitivamente abbandonata anche sul piano legislativo con lâapprovazione della Legge 3/2001 âModifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzioneâ.
Infatti lâart. 3 della legge modifica lâart. 117 della Costituzione per quanto riguarda la materia della legislazione concorrente, nella quale fa ricadere: âgoverno del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energiaâ e stabilisce che in quelle materie âspetta alle Regioni la potestĂ legislativaâ.
In sostanza si creano le condizioni formali e sostanziali affinché il territorio del Paese venga frantumato in quindici disegni regionali (oltre ai cinque delle Regioni a Statuto speciale) privi di connessioni di continuità .

2023
Ad oggi la conclusione di questa mortificante vicenda di abdicazione dello Stato Ăš che per quanto riguarda lâassetto del territorio il recente DDL sulla âautonomia differenziataâ potrĂ solo peggiorare la situazione esistente e segnare la definitiva affermazione di un Paese fatto a pezzi.
