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Un poliziotto all’Ambiente

by Giulio Espero

La nomina del Generale Sergio Costa a Ministro dell’Ambiente dell’inedita compagine di Governo Lega – 5Stelle, offre un importante spunto di riflessione.

Fortissimamente voluto da Luigi Di Maio, che lo aveva già indicato come possibile ministro in campagna elettorale, bisogna subito dire che si è guardato bene dal divulgare in rete curricula troppo densi da diventare stucchevoli.

Facendo qualche ricerca in rete abbiamo appreso che è nato a Napoli nel 1959, laureato in Scienze Agrarie con una tesi intitolata “Investigazioni e tecniche operative ambientali e di contrasto alle ecomafie”, master in diritto dell’ambiente, già membro dello staff del ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio e comandante della Polizia Provinciale di Napoli. Passato nel 2009 al Corpo Forestale dello Stato in Basilicata, è stato poi comandante provinciale di Napoli e, sino al 2016, comandante regionale della Campania. Dopo l’accorpamento con i Carabinieri, ha ricoperto il ruolo di comandante della Regione Campania dei Carabinieri Forestali con il grado di Generale di Brigata.

Sostenitore della legge 68 sugli ecoreati, pare abbia criticato aspramente la scelta operata dall’allora Ministro Madia di accorpare i Forestali all’Arma dei Carabinieri per “razionalizzare” le forze di polizia, disperdendo quello che, a suo avviso, era un ventaglio di competenze esclusive della forestale. Meglio sovrano di un piccolo regno che primus inter pares.

Il nome di Costa è indubbiamente legato, dal punto di vista giornalistico, alla vicenda della “Terra dei Fuochi”. Grande tumulto mediatico e in parte giudiziario, ma non clamorosi risultati processuali. Anche sulla reale entità del danno c’è diversità di opinioni se è vero che, come sostiene l’Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, solo 33 ettari su 50 mila di suolo agricolo nell’area sono stati interdetti alla coltivazione per presenza di rifiuti o di contaminanti.

C’è addirittura chi sospetta che sulla vicenda si sia costruita qualche carriera e che, forse, il lavoro di Costa abbia di fatto assecondato, in maniera acritica e allarmistica, la narrazione mediatica dell’“inferno” in terra.

Sia chiaro a scanso di equivoci: i roghi, le discariche abusive, l’abbandono inconsulto dei rifiuti in strada, sono un fenomeno orribile, odioso, incivile e chiaramente pericoloso per la salute. I reati connessi vanno indagati, i responsabili individuati e puniti severamente.

Però sentiamo il dovere di sottolineare come, accanto agli illeciti, ci siano state (e continuino ad esserci), tutte le inefficienze della pubblica amministrazione e della politica campana che, ancora oggi, non offrono al cittadino e alle imprese operanti sul territorio un ciclo completo, trasparente ed efficiente del trattamento dei rifiuti. E senza voler in alcun modo giustificare atteggiamenti incivili e barbari che a volte molti di noi campani mostrano, viene naturale interrogarsi sulla facile tentazione di abbandonare in strada i rifiuti cui cedono, loro malgrado, molti onesti cittadini allorquando hanno provato a smaltire correttamente un frigorifero, un materasso o semplicemente dei medicinali scaduti.

Tralasciamo i problemi di carattere istituzionale che, gioco forza, comporta la nomina di un militare a ministro, (basti ricordare l’articolo 1483 del Codice dell’ordinamento militare che impone a tutti i militari in servizio “di mantenersi fuori in ogni circostanza dalle competizioni politiche”), sorvoliamo sugli inevitabili fastidi suscitati all’interno dell’Arma stessa ove, secondo i bene informati, si teme di essere trascinati nell’agone politico rendendosi così meno credibili, e torniamo a riflettere sul significato politico della nomina di Costa.

Indicare un generale dei Carabinieri, suggerisce un’idea di ambiente e di politiche territoriali quale problema di ordine pubblico, poliziesco, in cui prevale la cultura del sospetto che alimenta il potere di interdizione di politici e burocrazie contro opere necessarie per la stessa tutela ambientale. Un approccio politico che ingenuamente insegue (ingenuamente?) il modello culturale della decrescita felice, dove è più importante vietare e bloccare. Quel modello culturale dove si finge di non vedere che, per esempio, opporsi tout court a certo tipo di impianti significa anche, in alcune regioni, agevolare la malavita che si ingrassa proprio per la mancanza di impianti. “Più blocchi più offri lo strumento a quelli che offrono scappatoie”.

Lasciamo ai nostri lettori campani un interrogativo: il generale Costa è la dimostrazione del sincero impegno di una nuova formazione politica cha per la prima volta si cimenta con i problemi di governo, in particolare del Sud?

O, piuttosto, la prova provata che certe questioni “scottanti”, per così dire, non possono o non vogliono essere affrontate dai politici attuali che preferiscono delegarle magari ai poliziotti, presumibilmente meno in ostaggio dei facili cambiamenti d’umore dei cittadini (o dobbiamo dire del pubblico)?

Il vecchio detto napoletano “mazz e panell fann e figlie bell”, come vedete, è più attuale che mai.

di Giulio Espero

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