Nel corso degli anni Trenta, l’equilibrio internazionale nato dalla fine della Prima guerra mondiale iniziò progressivamente a sgretolarsi. Le tensioni non esplosero improvvisamente nel 1939, ma maturarono lungo un decennio segnato dall’ascesa dei regimi autoritari, dalla crisi economica e dal fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire una pace duratura.
In Asia orientale, il primo segnale di rottura giunse già nel 1931, quando il Giappone occupò la Manciuria, trasformandola nello Stato fantoccio del Manchukuo. L’espansione nipponica proseguì nel 1937 con l’inizio della guerra contro la Cina, un conflitto sanguinoso che avrebbe favorito, nel lungo periodo, l’ascesa del movimento comunista guidato da Mao Zedong. In quel teatro lontano, si stava già combattendo una guerra totale, mentre l’Europa continuava a illudersi di poter evitare un nuovo conflitto.
Nel continente europeo, intanto, il quadro politico mutava rapidamente. Nel 1933 Adolf Hitler venne nominato cancelliere del Reich, segnando l’inizio della dittatura nazista. Negli stessi anni si affermarono o si consolidarono regimi autoritari in diversi paesi, dall’Italia fascista alla Polonia, fino alla Spagna franchista dopo la guerra civile. Il fascismo, nato anche come reazione alla rivoluzione bolscevica e come risposta alla paura delle classi proprietarie verso l’avanzata del socialismo, si presentava come un baluardo contro il comunismo, alimentando una radicale polarizzazione ideologica.
Fino al 1932, la linea del Comintern era stata rigidamente settaria: regimi democratici e fascisti venivano considerati sostanzialmente equivalenti, espressioni differenti dello stesso sistema capitalistico, e qualsiasi forma di collaborazione era rifiutata. A partire dal 1934, tuttavia, l’Unione Sovietica iniziò a rivedere questa posizione, riconoscendo una differenza sostanziale tra democrazie liberali e fascismi, pur continuando a diffidare profondamente di entrambe. La nuova strategia dei fronti popolari rispondeva alla crescente percezione della minaccia nazista. In questa prospettiva, nel 1934 l’URSS entrò nella Società delle Nazioni, tentando di inserirsi nel sistema di sicurezza collettiva europeo. L’anno successivo firmò un patto di mutua assistenza con la Francia, che prevedeva un aiuto reciproco in caso di aggressione da parte di un terzo Stato. Tuttavia, tali accordi rimasero in larga parte sulla carta. Francia e Regno Unito, traumatizzati dall’esperienza della Grande Guerra, inaugurarono una politica di appeasement, convinti che soddisfare alcune rivendicazioni tedesche potesse evitare un nuovo conflitto. Sfruttando l’esitazione di Londra e Parigi, Hitler proseguì con il suo piano di “make Germany great again” e nel 1938 la Germania annetté l’Austria, senza incontrare resistenze. Nello stesso anno, alla Conferenza di Monaco, le potenze occidentali concessero al Führer l’annessione dei Sudeti, regione della Cecoslovacchia abitata da minoranze tedesche. L’accordo, accolto come garanzia di pace, si rivelò un’illusione: nel marzo 1939 Hitler occupò l’intera Cecoslovacchia, dimostrando che le sue ambizioni andavano ben oltre la tutela delle minoranze.
Di fronte al fallimento della sicurezza collettiva, Stalin scelse una strada radicalmente diversa. Il 23 agosto 1939, a Mosca, venne firmato il patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica, noto come patto Molotov–Ribbentrop. Ufficialmente, l’accordo prevedeva la neutralità reciproca e intensi rapporti economici; ufficiosamente, attraverso protocolli segreti, stabiliva la spartizione dell’Europa orientale. Alla Germania sarebbe spettata la Polonia occidentale, mentre l’URSS avrebbe esteso la propria influenza su Polonia orientale, Paesi baltici, Bielorussia, Ucraina occidentale e Finlandia. Pochi giorni dopo, il 1° settembre 1939, la Germania invase la Polonia. Il 17 settembre l’Armata Rossa entrò nei territori orientali del paese, dando avvio alla spartizione concordata. La resistenza polacca e la presenza di un’élite militare e amministrativa ostile spinsero i generali a eliminare migliaia di ufficiali, funzionari e membri della nobiltà nel massacro di Katyn, riconosciuto ufficialmente solo decenni più tardi, durante la perestrojka gorbacioviana.
Nel frattempo, l’URSS impose ai Paesi baltici patti di mutua assistenza che ne limitarono fortemente la sovranità, mantenendo formalmente l’indipendenza fino al 1940. Diverso fu il caso della Finlandia, che oppose una dura resistenza durante la cosiddetta Guerra d’Inverno, rivelando gravi difficoltà operative dell’Armata Rossa e contribuendo a rafforzare in Hitler la convinzione che l’Unione Sovietica fosse militarmente fragile.

Già dal 1938, osservando il rapido deteriorarsi della situazione internazionale, Stalin aveva avviato un vasto programma di preparazione bellica: reclutamento di massa, militarizzazione del lavoro e riconversione industriale. Le fabbriche di trattori cominciarono a produrre carri armati, e l’economia venne progressivamente orientata allo sforzo militare. Tuttavia, il leader sovietico riteneva di disporre ancora di tempo prima di un conflitto diretto con la Germania.
Nel 1940, mentre Hitler travolgeva la Francia e dominava l’Europa occidentale, il problema centrale rimaneva irrisolto: il Lebensraum, lo “spazio vitale” a est, cuore dell’ideologia nazista. Fu per ottenerlo che, il 22 giugno 1941, la Germania lanciò l’Operazione Barbarossa, aprendo il fronte orientale e trasformando il conflitto europeo in una guerra totale.
Pochi mesi dopo, l’8 dicembre 1941, anche gli Stati Uniti entrarono ufficialmente in guerra, in seguito all’attacco giapponese a Pearl Harbor.
La Seconda guerra mondiale era ormai divenuta un conflitto globale, destinato a travolgere continenti, popoli e imperi, e a segnare in modo irreversibile la storia del Novecento.
