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LE CITAZIONI: Wiesel. Bambini e genocidi

Elie Wiesel

by Ernesto Scelza
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‘La notte’ è il racconto autobiografico della deportazione ad Auschwitz e Buchenwald di Elie Wiesel, premio Nobel per la pace 1986. “Ciò che affermo è che questa testimonianza… viene dopo tante altre e descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto… Abbiamo mai pensato a questa conseguenza… la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell’anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto?”: così  François Mauriac, che nel 1958 cura la prefazione alla prima edizione francese; e che a sua volta ricorda i “vagoni riempiti di bambini ebrei alla stazione” in attesa di condurli ai campi di sterminio: “Quante volte ho pensato a quei bambini!”. Rileggendo queste parole, e rivivendo lo straziante ricordo di Elie Wiesel, non possiamo non pensare ai bambini ridotti alla fame e sterminati, oggi, a Gaza, dall’Idf, le forze armate israeliane.

 

«Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.

Tranne che una volta. L’Oberkapo (detenuto con facoltà di comando sugli altri detenuti, ndr) del cinquantaduesimo commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri. Settecento detenuti lavoravano ai suoi ordini e tutti l’amavano come un fratello. Mai nessuno aveva ricevuto uno schiaffo dalla sua mano, un’ingiuria dalla sua bocca.

Aveva al suo servizio un ragazzino, un ‘pipel’, come li chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo.

(…) Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi!

L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si sentì più parlare.

Ma il suo piccolo ‘pipel’ era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.

Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo ‘pipel’, l’angelo dagli occhi tristi.

Le S.S. sembravano più preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.

Il Lagerkapo (detenuto capo-lager, ndr) si rifiutò questa volta di servire da boia.

Tre S.S. lo sostituirono.

I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.

– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva. – Dov’è il Buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me.

A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.

Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

– Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.

– Copritevi! Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…

Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

Dietro di me udii il solito uomo domandare:

– Dov’è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.»

Elie Wiesel, La notte.