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Napoli est, promesse mancate e nessun cambiamento

Annunci o denunce passano solo, se va bene, tramite i social

by Giovanni Squame
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Napoli est non è solo un luogo geografico che individua la città che si è espansa nel tempo lungo la fascia costiera orientale e in parte verso l’interno, collegandosi con i comuni vesuviani e col magico vulcano a far da cornice. Napoli est è il luogo operaio per eccellenza, sede della grande fabbrica che fu nel dopoguerra la Cirio per la trasformazione del prodotto definito l’oro di Napoli, il pomodoro, e della massiccia Mecfond della zona di Gianturco, fabbrica metalmeccanica, delle aziende cantieristiche e meccaniche del gruppo IRI: le Manifatture cotoniere (MCM), la Centrale termoelettrica, la Corradini. Occupavano centinaia di operai insieme alla Manifattura dei tabacchi di via Galileo Ferraris.

Storie collettive di impegno lavorativo e sindacale, la dedizione al lavoro non solo strumento necessario per vivere ma rappresentazione nobile della dignità di un uomo. Chi, operaio, non lavorava si sentiva menomato dentro. Una menomazione che andava oltre il mancato ritorno economico. Il lavoro, una sorta di status symbol: l’orgoglio sprizzava a piene mani ed anche la fatica a fine giornata era motivo di grande soddisfazione. Il lavoro, benché in tante situazioni sotto remunerato, era impegno morale e anche civile, non solo un mezzo di sostentamento. Era il passaggio dall’adolescenza alla maturità, era la stabilizzazione che formava le famiglie.

Napoli est pullulava di operai che fluivano verso l’ingresso delle fabbriche. Fino alle 8 il trasporto pubblico applicava un prezzo simbolico al biglietto. Alle 8 precise si incrociavano i suoni delle sirene dei singoli luoghi di lavoro per annunciare l’inizio della giornata lavorativa. Fabbriche in prevalenza gestite da “padroni” proprietari che spesso attendevano, con grembiule nero, gli operai all’ingresso per salutarli uno ad uno. Un’epoca fa. Poi la lenta e falcidiante crisi degli anni ‘70 ha distrutto tutto, lasciando miserie e disoccupazione. La necessità di ottenere un reddito ha trasformato qualcuno di quei meno nobili operai in ladruncolo, in topo di appartamento. La forza operaia che aveva tenuto alla larga i ladri venne meno e la delinquenza cominciò ad appropriarsi delle strade e delle case di Napoli est.

Poi Napoli fu colpita anch’essa dal terribile terremoto dell’Irpinia, tremila vittime, e contò sfollati dalle proprie abitazioni che affollarono la lista, già consistente, dei richiedenti case. La risposta dello Stato fu nuovi grigi palazzoni in una periferia già grigia e povera di servizi. Così la periferia ha accentuato i suoi caratteri di marginalità e di luogo poco apprezzabile. Servizi di primo livello sono poi arrivati, ma non sono bastati a scrollare di dosso il senso della marginalità periferica. Piazze attrezzate a verde e curate, è stato un debole sogno degli amanti del verde, come le alberate, anch’esse poi abbandonate a se stesse, lungo i margini delle strade, è tutto quello che è stato concesso. Nessun servizio di maggiore significato culturale: niente sale cinematografiche o teatrali, niente luoghi espositivi, niente luoghi comunitari da far vivere con attività qualitativamente apprezzabili. Niente operatori culturali. Dopo la scuola, che si spera tutti frequentino regolarmente, cosa fanno i ragazzi abbandonati a se stessi?

Scrollarsi di dosso questo marchio dolente di periferia significa tante cose. E poi, manca una genuina azione amministrativa che ne attenui la marginalità. A Napoli, l’intervento post terremoto individuò le periferie come i luoghi dove costruire gli alloggi necessari, assorbendo “il piano delle periferie” già predisposto dall’Amministrazione comunale (Giunte di sinistra e di centro sinistra). Accanto al recupero dei vecchi centri periferici fu redatto un piano di nuovi alloggi da insediare a Ponticelli, per la gran parte, e a Scampia. A Ponticelli vi era la disponibilità dei suoli della legge167, legge per la costruzione di case per i lavoratori e la piccola e media borghesia. Parte di quei suoli furono adibiti alla costruzione degli alloggi per i terremotati. Nuovi palazzoni anonimi in cui confinare sottoproletariato e lavoratori generici e precari.

Ancora una volta Ponticelli fu destinataria di interventi edilizi fuori dal centro antico. Lo spazio tra il vecchio e il nuovo era la plastica evidenziazione di alcuna integrazione. Ancora oggi è del tutto abbandonata una fascia di suolo tra il vecchio e il nuovo destinata ai servizi comuni per favorire il processo di conoscenza ed integrazione. Quella fascia di suolo è ancora lì, abbandonata a se stessa, triste simbolo del fallimento dei buoni propositi di architetti, urbanisti e della popolazione della Ponticelli storica. Qualche anno fa due giovani “vagabondi” curiosi di conoscenza hanno percorso le strade dei quartieri orientali, ne è nato un libro, “7 pezzi facili”, promosso da “La Repubblica Napoli” che aveva pubblicato a puntate il reportage, in cui con acutezza e maestria sono evidenziati i problemi di Napoli est. Una miniera di suggerimenti ed ipotesi di soluzioni. Ma tutto è rimasto immobile.

Amministrazioni diverse si sono susseguite, ma Napoli est non ha fatto registrare alcun cambiamento. E nulla trapela per il futuro. Chissà quanti lustri ancora passeranno… Anche l’unico intervento sempre annunciato da tutte le Amministrazioni come segnale dell’inversione di rotta, l’intervento di restauro della Corradini – ruderi della gloriosa fabbrica metalmeccanica – sul mare di San Giovanni a Teduccio è rimasto sempre e solo un annuncio. È però apprezzabile il recupero alla balneazione di un tratto di costa a San Giovanni. Con chi parlarne? Non si hanno interlocutori, tutti chiusi nelle stanze del palazzo. In un passato neppure tanto lontano era ordinario ritrovare gli assessori nelle sedi di partito o comunque in luoghi pubblici in un confronto diretto con i cittadini. Liberi tutti oggi, di fare o non fare, senza alcun “controllo” popolare. Annunci o denunce passano solo, se va bene, tramite i social, nessun confronto diretto. Nostalgia? No, semplice constatazione di come vanno le cose oggi.

 

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