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Biagio De Giovanni filosofo napoletano ed hegeliano

Visse psicologicamente fino all'ultimo il lungo clima di crisi europea

by Bruno Gravagnuolo
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Foto by Il Mattino del 10 novembre 2017

 

Quella casa borghese a Chiaia, arredata di libri e quadri della scuola di Posillipo, resta uno dei ricordi più belli della mia amicizia con Biagio De Giovanni che se ne è andato a 95 anni a Napoli. Era il 1988 o giù di lì, e ci ero andato per parlare di Marx e proprio con il filosofo che mi aveva fatto amare Hegel. Con un libro ormai famoso degli anni ‘70: “Hegel e il tempo storico della società borghese”. De Donato.

Ci andavo per Rinascita per fare appunto una intervista su Marx, che lui in tempi di conclamata crisi del marxismo continuava a difendere non come un classico, alla maniera di Bobbio, ma come riferimento di studi e di lotta politica. Fu forse l’ultima volta che De Giovanni brandì Marx a quel modo, alla vigilia della svolta PCI/PDS dell’anno successivo, di cui fu protagonista con un articolo critico nell’agosto su “Togliatti e il comunismo reale” che fece scalpore su l’Unità. In realtà Togliatti non era mai stato un “comunista reale”, bensì Italiano e revisionista che prima di quegli anni De Giovanni amava piuttosto poco e da sinistra, e nel 1989 invece criticava dal versante opposto, in nome della democrazia liberale e non più della democrazia di massa. Un tema, questo, che era stato al centro del “marxismo anni ‘70” del Pci, di cui Biagio era stato protagonista con Vacca, Cassano, Franca Papa e Roberto Racinaro in ambito napoletano.

Dunque, in sintesi, ci sono almeno tre De Giovanni nella sua biografia filosofica, sul filo dei miei ricordi e delle sue svolte. Fino a tutti gli anni ‘80 fu marxista di sinistra di taglio francofortese e antagonista, che mediava la sua opposizione con la milizia nel Pci, dove entrò’ a fine anni ‘60. E dove si spese sia come berlingueriano ai tempi del terremoto, che come “occasione produttiva”. E fu due volte anche deputato europeo oltre che Rettore della Federico II.

Prima, viceversa, dopo la parentesi giovanile monarchica, era stato liberale crociano di sinistra, legato a grandi maestri come Del Vecchio e Capograssi: l’idea del diritto come conflitto e storia della libertà oltre il formalismo e il giusnaturalismo. Poi, lo abbiamo detto, fu marxista di sinistra. Infine, con il 1989 De Giovanni approdò di nuovo al liberalismo di sinistra, ma questa volta nel quadro del destino europeo e della prospettiva di un nuovo umanesimo democratico, con la Ue al centro della contesa tra gli imperi e nel vortice dell’irruzione tragica delle guerre.

Anche questa però era una ripresa crociana in grande stile: il ritorno del “negativo” e della barbarie contro l’idea di uno storicismo pacificato.

Ecco, erano queste le grandi urgenze di un pensatore napoletano che viveva con drammaticità il presente e affidava alla filosofia il compito di pensare il tempo storico “nel concetto”. Per poterla guidare e non subirne il traino. Visione sempre conflittuale quella di De Giovanni, tesa a scorgere nelle collisioni della storia il possibile, la libertà e la mediazione della grande politica, ovvero la storia come pensiero e azione, per dirla ancora con Croce. E c’era però in De Giovanni anche una forte eco Gentiliana. Cioè l’accento sul protagonismo del soggetto e della soggettività, che piegavano a sé la necessità del tempo incivilendola, e domesticandone l’aspetto tragico. Il tutto secondo la lezione di Machiavelli e di Vico: virtù e fortuna, verità e fatto che si incontravano in un circolo virtuoso, intellettuali e popolo dentro la grande politica.

Un insieme di problemi che la tradizione occidentale, per De Giovanni, aveva consegnato al mondo. In uno con la democrazia e che viceversa si ritorceva contro l’Occidente stesso, sia nella forma del rifiuto dell’eurocentrismo, sia nell’attuarsi di inedite forme di democrazia: etniche, nativiste, fondamentaliste, comunitarie.

Tutte forme di vita che erano penetrate nel cuore stesso della democrazia occidentale, sfidandola e anche snaturandola. Con gli USA suprematisti e reattivi contro i propri deficit identitari e commerciali, e con l’Europa incapace di mediare tra tutti questi mondi storici ed esistenziali. E si veda a riguardo il suo “Libertà e vitalità. Croce e la crisi della coscienza Europea”, Il Mulino 2018.

Il tono dell’ultimo De Giovanni era perciò particolarmente tragico e pessimista al riguardo, e in certo senso sfiduciato, come fosse ormai privo di bussola filosofica e persuasione di poter venire a capo di tutte queste tensioni. Resta la grande finezza di una interpretazione di Hegel in De Giovanni, che ancora mantiene ai nostri occhi una grande vitalità. Quella dello “Hegel e il tempo storico della società borghese”. Era il suo uno Hegel globalista intanto. Filosofo-mondo e pensatore dell’universalismo delle differenze. Un ideale costante di tutto De Giovanni, di là delle sue svolte di pensiero. Poi un Hegel dove “l’astratto” del pensiero si incarna in istituzioni mediatrici e partecipate. Con al centro la selezione delle classi dirigenti filtrate dal lavoro e dalle cerchie della divisione del lavoro. E ancora, un Hegel dove il sapere era di per se stesso lavoro e scienza, cultura democratica, sottoposta all’esame della opinione pubblica. Infine, un Hegel profetico del declino dell’Europa, che “usciva da se stessa” con il colonialismo, le guerre e la tecnica, per alimentare e nutrire altri mondi. Gli stessi mondi che lo avrebbero colonizzato e contestato in seguito. America e Russia scriveva Hegel, nelle “Lezioni sulla Filosofia della storia” nel 1830! Non c’era la Cina in quella lontana profezia. Ma la crisi europea, con il tracollo del mondo cristiano germanico e borghese, c’era tutta come la storia si incaricò di svelare. E De Giovanni filosofo napoletano ed hegeliano, visse psicologicamente fino all’ultimo esattamente in questo lungo clima di drammi e di pensieri, che la storia presente ci ripropone con la forza di un ritorno vichiano ingigantito. E che l’amico filosofo si sforzò di condensare di volta in volta con la passione e la hegeliana “fatica del concetto”, una scelta che fu da sempre la sua cifra esistenziale.

 

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