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Oscar 2026, una notte di cinema tra trionfi, assenze e silenzi

Mentre fuori il mondo si incrina, Hollywood si ripiega su se stessa

by Francesca Pica
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La notte degli Oscar 2026 ha avuto tutto ciò che si chiede a Hollywood: grandi vincitori, qualche sorpresa, momenti simbolici e quel mix calibrato di glamour e imprevisti che trasformano la cerimonia in un racconto collettivo.

A dominare la serata è stato Una battaglia dopo l’altra, il thriller politico di Paul Thomas Anderson ambientato in un’America sempre più tesa e militarizzata. Il film ha conquistato il premio per il Miglior Film, la regia e altre statuette, arrivando a un totale di sei vittorie. Un risultato che segna, ancora una volta, il ritorno di un cinema d’autore capace di imporsi anche su produzioni più spettacolari come Sinners, che pure partiva con ben 16 nomination.

Sul fronte attoriale, la serata ha premiato Michael B. Jordan, Miglior Attore proprio per Sinners, ribaltando i pronostici della vigilia, e Jessie Buckley, Miglior Attrice per Hamnet, intensa nel ruolo di una madre alle prese con il lutto. Accanto a loro, Sean Penn ha vinto come non protagonista, pur senza presentarsi alla cerimonia, mentre Amy Madigan ha firmato una delle sorprese più commentate con Weapons.

Tra gli esclusi eccellenti, Timothée Chalamet, che con Marty Supreme sperava in una consacrazione che ancora una volta non è arrivata. Le polemiche legate alle sue dichiarazioni recenti non hanno inciso: le votazioni erano già chiuse.

Questa edizione ha lasciato anche segni importanti. Per la prima volta è stato assegnato il premio al miglior casting, vinto da Cassandra Kulukundis, riconoscendo un lavoro fondamentale ma spesso invisibile. E ancora: Autumn Durald Arkapaw è diventata la prima donna a vincere l’Oscar per la fotografia, in un momento simbolico per l’industria.

Come sempre, non sono mancati gli imprevisti. Il più clamoroso è stato il pareggio nella categoria miglior cortometraggio live action: un evento rarissimo, solo la settima volta nella storia degli Oscar. E poi l’assenza di Sean Penn, ufficialmente a Kiev per sostenere l’Ucraina, commentata con ironia sul palco da Kieran Culkin.

Nella categoria miglior film internazionale ha vinto Sentimental Value, una scelta letta da molti come prudente: il film norvegese ha superato anche il più politico Un semplice incidente di Jafar Panahi. A consegnare il premio è stato Javier Bardem, che ha lasciato sul palco un messaggio netto: «No alla guerra e Palestina libera».

Tra gli altri riconoscimenti, spiccano quelli tecnici a Frankenstein di Guillermo del Toro per scenografia, costumi e trucco: un premio alla potenza visiva e alla costruzione di mondi.

A guidare la serata, Conan O’Brien, con una conduzione più asciutta del solito, ma punteggiata da battute e frecciate, tra cui quelle rivolte proprio a Chalamet.

Tra i momenti più memorabili, la reunion tra Nicole Kidman ed Ewan McGregor, che ha riportato sul palco l’eco di Moulin Rouge, insieme agli omaggi alle grandi figure del cinema e al consueto racconto parallelo del red carpet, fatto di coppie, abiti e piccoli gesti.

Gli Oscar 2026 non sono stati una rivoluzione, ma un equilibrio tra tradizione e cambiamento, tra grandi nomi e nuove voci, tra controllo e imprevisto. Meno politica rispetto ad altre edizioni, nessuno ha nominato il vero convitato di pietra: il presidente Donald Trump, la cui influenza sugli equilibri globali è sempre più evidente.

La stessa Hollywood che un tempo alzava la voce e gridava la sua indignazione oggi sceglie il silenzio, ripiegandosi su sé stessa mentre fuori il mondo si incrina. Nessun accenno al cast de La voce di Hind Rajab, assente per questioni di cittadinanza, né alla guerra, se non nelle parole di Javier Bardem, guarda caso non americano.

È un cambio di postura evidente: da industria che rivendicava il proprio ruolo politico a sistema che evita, che smussa, che si racconta da solo. In questo contesto, l’assenza di Sean Penn suona quasi come una presa di posizione. Silenziosa, ma difficilmente ignorabile, abbastanza da ricordare che Hollywood, anche quando non alza la voce, continua a raccontare il mondo.

 

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