Passano gli anni — e non passano invano.
Portano via volti, svuotano stanze, spengono voci.
Uno dopo l’altro, ci salutano gli amici più fragili.
Uno dopo l’altro, si chiudono gli occhi di chi aveva acceso la nostra infanzia.
Non è solo dolore:
è un lento funerale del mondo che abbiamo conosciuto.
Camminiamo tra assenze che hanno un nome,
tra ricordi che non sono più rifugio, ma ferita.
Ogni risata lontana, ogni tavola condivisa,
ogni gesto semplice —
diventa una nostalgia che stringe il petto.
E ci troviamo così,
inermi davanti al tempo,
avvolti in una malinconia che non consola.
Sì, è lutto.
Un lutto che non finisce,
che si rinnova ogni volta che manca qualcuno all’appello della vita.
Eppure — dentro questo svuotamento —
accade qualcosa che non possiamo ignorare.
Ci resta il mondo.
Ci resta la vita.
E non è poco.
È ciò che ancora respira accanto a noi,
è chi ancora ci chiama per nome,
è il giorno che si apre, anche quando non ne abbiamo voglia.
La verità è questa:
non siamo sopravvissuti per caso.
Siamo rimasti per portare avanti ciò che loro non possono più vivere.
Per dare voce a ciò che si è spento.
Per custodire, ma anche per continuare.
La vita che resta non è un’ombra: è una consegna.
Un’eredità fatta di memoria e di futuro.
E allora sì —
tra le macerie del tempo, tra i nomi che non rispondono più —
afferriamo con forza ciò che rimane.
Perché è ancora un viaggio.
Perché è ancora promessa.
Perché è ancora vita.
E finché lo è,
non possiamo permetterci di restare fermi.
