Il punto non è isolare una singola riforma e valutarla nel vuoto. Presa da sola, una modifica dell’assetto della magistratura può apparire circoscritta. Ma le riforme istituzionali non esistono mai isolate: acquistano significato dentro un contesto più ampio, fatto di altre scelte già annunciate o chiaramente prefigurate.
È questo quadro complessivo che merita una valutazione.
Si preannuncia una legge elettorale con liste bloccate e un premio di maggioranza molto rilevante, tale da attribuire circa il 57% dei seggi con il 40% dei voti. Un meccanismo di questo tipo non incide solo sulla distribuzione dei seggi: incide sulla natura stessa della rappresentanza.
Con le liste bloccate, infatti, gli eletti non sono scelti direttamente dagli elettori, ma di fatto selezionati dalle leadership di partito. Questo tende a produrre un Parlamento composto da parlamentari fortemente dipendenti dal vertice politico che li ha candidati. Non è una questione morale, ma strutturale: il rapporto di responsabilità si sposta dall’elettore al leader.
In queste condizioni, il Parlamento rischia di perdere parte della sua autonomia e della sua funzione di controllo, assumendo un ruolo più ancillare rispetto all’esecutivo e alle direzioni di partito. E questo è un elemento decisivo, perché il Parlamento è il primo e fondamentale contrappeso in una democrazia.
Se a questo si aggiunge un premio di maggioranza ampio, si costruiscono maggioranze molto solide e coese. In un sistema così configurato, anche regole formalmente invariate producono effetti diversi: l’elezione del Presidente della Repubblica, ad esempio, può avvenire già al quarto scrutinio senza necessità di convergenze larghe, riducendo nei fatti il grado di condivisione su una figura che dovrebbe rappresentare un punto di equilibrio.
Dentro questo scenario, ulteriori interventi – sul rafforzamento dell’esecutivo, sugli organi di garanzia, sull’organizzazione della magistratura – non sono più neutri. Diventano tasselli coerenti di una stessa direzione: una progressiva concentrazione del potere resa possibile non da un singolo atto, ma dalla combinazione di più riforme.
Non si tratta di sostenere che questo determini automaticamente una rottura degli equilibri costituzionali. Sarebbe eccessivo. Ma è difficile non cogliere una tendenza: la vittoria elettorale rischia di tradursi, sempre più, in una capacità estesa di incidere su molteplici livelli del sistema istituzionale, con contrappesi meno incisivi.
È una preoccupazione che non nasce oggi. Già nel 2016, di fronte a un’altra riforma ampia, una parte significativa del Paese – trasversalmente agli schieramenti e includendo anche settori del centrosinistra – ritenne che il problema non fosse la singola misura, ma l’equilibrio complessivo. La vittoria del NO fu allora un invito alla cautela e alla condivisione.
Oggi quella lezione torna attuale. Non è convincente una lettura frammentata delle riforme. Il tema è il disegno nel suo insieme.
Per questo votare NO non è una chiusura al cambiamento. È una richiesta di maggiore equilibrio, di maggiore condivisione e di maggiore attenzione agli effetti cumulativi delle riforme.
In una democrazia costituzionale, governare significa avere la responsabilità dell’indirizzo politico, non la disponibilità dell’intero sistema dei poteri. Quando questa distinzione tende a ridursi, anche gradualmente, è ragionevole fermarsi.
Dire NO, allora, è una scelta di equilibrio e di responsabilità: per mantenere vivo quel principio fondamentale per cui il potere, in una democrazia, non si concentra, ma si bilancia.
