Se ne va un pezzo chiave della cosiddetta seconda Repubblica. Umberto Bossi, anni 84 da Cassano Magnago. Protagonista di un decennio decisivo, leader spezzato da un ictus nel 2004 e anche dallo scandalo per appropriazione indebita.
Scarpe grosse cervello fino lumbard, “avversario più dignitoso” come lo definisce oggi Bersani con un pizzico di malinconia. Pensando forse alla insolita alleanza del 1995 che ribaltò in parlamento Berlusconi, rimpiazzandolo con Lamberto Dini e un governo Lega/PDS fino al 1996 con la vittoria di Prodi.
Era lui il capo della famosa “costola della sinistra” popolare passata a destra secondo D’Alema, sorta di M5S ante litteram antipolitica e territorial-conservatrice. Nord contro sud, repubblica padana, ceti del nord est, la mitica Padania sovversiva e proprietaria.
Bossi fu l’esplosione della coesione italiana sotto la sferza di Tangentopoli, e nel fuoco della protesta contro le tasse nel vivo della crisi finanziaria. Un sovranismo anticipatore saturo di ribellione e istanze civiche – il carroccio – ma irrimediabilmente individualista possidente e però comunitario. Si era infatti sfaldato il blocco del Pci e del sindacato, nella crisi del welfare e col decollo del capitalismo post-fordista e molecolare. E tutto questo assunse forma civica e reazionaria sotto le insegne del pensiero presidenziale e federalista del comasco filosofo Miglio. Amato da Cacciari. Che sognava secessione gallica dal sud, Magna Grecia ed Etruria. Bossi però, che pur evocava cartucce e fucili e lasciava brandire ampolle del Monviso, non era un ideologo, bensì un pragmatico capo popolare, persino antifascista. E pronto a ostacolare Berlusconi sulle pensioni, la piccola impresa e l’intesa con la destra centralista. Per poi tornare all’ombra di chi lo aveva sdoganato e fatto stato, malgrado la minaccia della secessione.
Lo scossone della Lega fu enorme in quegli anni ‘90. Con i cappi e le mani pulite e la promozione di una nuova classe dirigente lottizzata e anche efficientista.
Il suo declino comincia però col governismo inevitabile di ogni movimento radicale. Fino a un completo rivolgimento della Lega in completa antitesi al suo fondatore. E cioè: dalla secessione al nazionalismo di Salvini, per il tramite di Maroni moderato. La malattia e gli scandali, il fisiologico cambio da movimento a partito di governo e di regime, consegnarono a Salvini le chiavi di Pontida. In nome ormai di rosari, croci e tricolori. La secessione si può infatti lambire ormai con autonomia differenziata. Con lo stare con Lombardia e Veneto nel cuore dello Stato, nel nome dei ceti piccolo proprietari rassegnati anch’essi a giocare la partita in campo nazionale. Un terreno dove ormai, tuttavia, vince la destra sovranista vera e propria, la destra post-fascista popolare, e fatta dagli imprenditori e dagli autonomi di tutte la nazione. Sicché oggi la Lega è solo un doppione dei fratelli coltelli post missini, meno di un terzo della forza di Melonia Trump. Come del resto Forza Italia. Bossi fu la scintilla che annunciò l’exploit della destra vera e propria ma che alla fine come Lega ne restò travolta anche per l’imperizia del Salvini capitano, sopravanzata dai grillini e oggi dal Conte civico. Forza ormai appaiata a Forza Italia. Lo tsunami di Bossi travolse alfine anche il padre fondatore. Che subì da Maroni persino il disonore delle scope, e da Salvini una vera e propria rimozione patriottarda. C’erano una volta Lega e secessione. Con gli elmi e lo spadone. Ora nel campo vuoto di Pontida garriscono il tricolore e la reazione. Doppioni ormai di Giorgia. E con a stento l’onore delle armi al vecchio scatenatore del ciclone. Che oggi malinconicamente se ne va.
