Una cosa si è compreso al termine di questa non bella campagna referendaria: il merito tecnico dei quesiti sottoposti al voto è niente, l’intento politico dei ‘riformatori della Costituzione’ è tutto.
A partire dalla volontà di ‘mettere mano’ ad una modifica di ben sette articoli della Carta del ‘48, anche in maniera raffazzonata e contraddittoria. Tanto da prevedere oltre allo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura un nuovo organo, l’Alta Corte di Giustizia, non presieduto dal Presidente della Repubblica ma solo da un eletto tra i membri da lui nominati. E che non sarà ‘Alta’ per niente: potrà intervenire solo per i casi più marginali e meno gravi e significativi.
L’intento, tutto politico, dei ‘riformatori’ è quello di ledere il tabù della inviolabilità della Carta costituzionale. Dimenticando, tra l’altro, che modificare il delicato equilibrio delle sue parti porta male. Come può attestarlo il fallimento del tentativo del Governo Renzi nel 2016. E fa danni, come si può constatare dagli effetti della sciagurata riforma del Titolo V nel 2001 sul decentramento amministrativo.
È falso il titolo stesso del progetto di riforma costituzionale, che non riguarda la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante già definita con la riforma Cartabia. Eventuali modifiche avrebbero potuto essere introdotte con legislazione ordinaria.
È falso che serva a rendere più efficiente il sistema di amministrazione della giustizia, che non viene minimamente toccato delle modifiche proposte e che avrebbero potuto (e dovuto) essere definite anch’esse con leggi e provvedimenti ordinari.
È falso che serva a ridurre o addirittura eliminare il potere delle correnti interne alla magistratura, che sono frutto di orientamenti e sensibilità culturali e personali e si riprodurrebbero inevitabilmente anche nei nuovi organismi.
L’unico effetto, nei due distinti Csm previsti, sarebbe quello di indebolire la componente ‘togata’, che risulterebbe meno autorevole rispetto alla componente ‘laica’ sempre più espressione della maggioranza parlamentare. Con ciò tradendo la esplicita volontà dei Costituenti, che si espressero per una maggioritaria e qualificata presenza dei rappresentanti dei magistrati. Non sarebbe stato possibile niente di diverso, considerando che l’organo (unico!) previsto, il Csm, era pensato presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e garanzia del suo autogoverno!
Per questo, e molto altro, invito la ‘Sinistra per il Sì’ ad essere meno gelosa di alcune sue precedenti, e astratte e ideologiche e anche rispettabili e rispettate enunciazioni, a considerare l’aspetto politico della chiamata del governo più di destra della nostra storia repubblicana a modificare la nostra bella Costituzione, simbolo di democrazia, di libertà e di giustizia sociale.
L’attacco sostanziale alla magistratura, e quindi alla separazione dei poteri su cui si fonda la nostra come ogni democrazia moderna, può rivelarsi pericoloso. Già il potere legislativo è ridotto a poca cosa, squalificato nella sua rappresentanza e umiliato dalla decretazione che ne azzera le funzioni. Se ora si riducesse il potere giudiziario, ne uscirebbe rafforzato solo il potere esecutivo, il potere del Governo. Pervasivo, senza bilanciamenti, libero da vicoli, illiberale.
