Il tratto distintivo di Paolo Cirino Pomicino era la sua umanità vulcanica, unita a un’intelligenza pratica che non aveva bisogno di manuali. Il suo ricordo si fonda su qualità vive e dirette.
L’ironia come carezza e come scudo. La sua battuta era immediata, figlia di una cultura napoletana che sa ridere di tutto per non soccombere a nulla. Usava il sarcasmo per riportare chiunque “a terra”, trasformando un momento di tensione in una risata liberatoria che resettava i conflitti.
Il talento nel costruire amicizia. Aveva una capacità magnetica di legare a sé le persone. Non era una tecnica, ma un’attitudine naturale: sapeva farti sentire al centro del suo mondo anche solo per pochi minuti. Era una forma di seduzione intellettuale e affettiva che trasformava i colleghi in complici e gli avversari in estimatori.
L’arte di smussare gli angoli. Non agiva per schemi fissi, ma per istinto e sensibilità. Riusciva a trovare il punto di contatto tra gli opposti perché leggeva i bisogni umani dietro le posizioni politiche. La sua mediazione era fatta di sussurri, strette di mano e quella capacità quasi magica di far quadrare i conti senza che nessuno si sentisse escluso.
Il costruttore di equilibri. Si muoveva con una naturalezza estrema nei corridoi della politica, non per calcolo freddo, ma per il gusto della relazione. Per lui, un equilibrio non era un teorema, ma un mosaico di persone che dovevano stare bene insieme.
Un uomo che ha abitato la politica con il calore di chi sa che, alla fine di ogni giornata, quello che resta sono i rapporti umani e la capacità di essersi capiti.
