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Violenza giovanile, adeguare il modello educativo

Troppo spazio all’iniziativa privata nella formazione

by Giovanni Squame
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Foto by Chiesa Cattolica – Conferenza Episcopale Italiana

 

Ponticelli ancora all’inferno. Stavolta non sembra essere un omicidio di camorra, poco cambia. Un omicidio è un omicidio, soprattutto quando vittima e carnefice sono giovani e si uccide per motivi molto prossimi alla futilità, atteso che l’omicidio è sempre ingiustificabile. E soprattutto sale la preoccupazione per l’uso delle armi tra giovani, quelle da taglio, i coltelli, e quelle da sparo, la pistola. Ed impressiona, preoccupa la facilità con cui questi giovani vengono in possesso delle armi, sia da taglio che da sparo. E’ grave la lettura che ne deriva. Il valore della vita è pari allo zero. La domanda che sempre più spesso ci si pone: quali modelli avanzano tra i giovani? Sembra essere venuto meno il ruolo della famiglia, comunità educante, ma anche la scuola sembra aver fallito, come anche i luoghi di raduno collettivo e dove si dovrebbe respirare aria di pacificazione e fratellanza, come per esempio la Chiesa.

Fenomeno allarmante a cui sembra non esserci rimedio, malgrado gli sforzi che soprattutto la scuola produce. Purtroppo, fin da piccoli questi giovani hanno a che fare con la violenza e la morte, quest’ultima è uno strumento che si maneggia con molta faciloneria. Da bambini i nostri giovani impattano con la morte, la violenza, la brutalità, nelle maniere più inusuali: serie televisive per ragazzi sono infarcite di violenza e di morte; riviste per ragazzi in cui la lotta, le inimicizie, la violenza, la morte sono l’oggetto del racconto figurato. Spesso la morte dei personaggi è definitiva, ma ancora più spesso la vita si riprende sulla morte. La drammaticità dell’evento è un gioco, non è più un estremo rimedio da cui sfuggire, da cui guardarsi. E’ l’epilogo ordinario, “normale” negli episodi televisivi e in quelli dei “giornaletti”. E dei social. E’ il mercato che ormai domina su tutto e tutti e il mercato, si sa, sono affari, sono soldi, sono capitali: la vita di ciascuno è affare personale non problema collettivo. E le istituzioni educative, come ricordato, affannano, sono spesso perdenti. E i giovani, educati fin da ragazzi alla violenza, sparano, accoltellano, uccidono come fosse un episodio da novella. Rotta da mille e più ragioni l’armonia familiare; affidati nel tempo libero dallo studio (?) alle immagini televisive, ai social, alla affamata voglia del telefonino, i ragazzi e poi i giovani vivono i disvalori della violenza, dell’indifferenza, della prepotenza.

Le recenti manifestazioni di piazza degli studenti sui grandi valori della pace della libertà della democrazia dimostrano che c’è ancora del buono, che non tutto è perduto. Occorre agire subito, fermare questa strage silenziosa di aggressioni e di uccisioni tra giovani. Non si può far ricorso a capirne le ragioni se non per adeguare il modello educativo, le iniziative necessarie a contrastare modelli diseducativi e violenti. Episodi che distruggono vite e famiglie: la vita della vittima, quella del carnefice, le rispettive famiglie. Ma mentre c’è speranza per la rieducazione alla vita del carnefice, non c’è più alcuna speranza per la vittima. E sembra che le istituzioni siano in affanno e spesso perdenti. Si richiede di più dallo Stato nelle sue varie articolazioni. Troppo spazio è stato lasciato all’iniziativa privata in un campo, l’educazione e la formazione, che appartengono allo Stato come servizi pubblici. Ed invece si è voluto monetizzare anche questo. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

 

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