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Che pasticcio la Biennale di Venezia 2026

In Minor Keys

by Piera De Prosperis
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Foto by TG LA7

 

Che pasticcio la Biennale 2026! Nata sotto una cattiva stella per la morte prematura di Koyo Kouoh, nominata curatrice della 61^ Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia, sta vivendo momenti di tensione nazionale ed internazionale. Eppure il titolo scelto da Koyo Kouoh, prima donna africana a ricoprire questo prestigioso ruolo, faceva sperare in tutt’altri esiti. In Minor Keys, questa la pista da seguire per un’arte che deve somigliare alla vita vera. Significative le parole del Presidente della Biennale, Buttafuoco, a commento della scelta fatta: …È una Mostra permeata di spirito, di una sacralità che rimette al centro la persona, che ritrova il senso dello stare al mondo riprendendo le misure, rispetto agli elementi della terra, e guardando di nuovo il cielo. Un percorso, quello di Koyo Kouoh, che recupera i rapporti umani, nati nei cortili e nel vicinato urbano. Le piccole cose, che sono grandi. La dimensione umana, misura di tutto, che una parte di mondo, quello più opulento e sazio, identificato nella parola “Occidente”, da tempo ha perso di vista, smarrito. Giunge quindi dalla dinamo dell’Africa e da una delle sue voci più importanti il sussurro che ci riconduce all’essenziale, che ravvisa nell’uso delle nostre stesse mani la condizione più felice. Una rivelazione che ci riporta a terra, al nostro corpo, ai nostri sensi. All’umiltà verso ciò che è più grande e non va spiegato, solo intuìto.

I 110 artisti partecipanti provenienti da aree geografiche diverse con contesti sociali ed economie profondamente differenti, nell’ottica di Koyo Kouoh avrebbero privilegiato connessioni e convergenze sperimentando la possibilità di incontro sugli elementi della quotidianità, in chiave minore rispetto alle grandi proposte culturali. Fare incontrare artisti anche se non esistono relazioni dirette tra loro. In Minor Keys si propone così di restituire e ampliare questa geografia relazionale, intessuta nel corso di una vita e fondata sull’incontro. Ci sono artisti provenienti dal Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi, Nashville. Ed anche artisti russi ed israeliani.

La polemica che ha coinvolto la partecipazione degli artisti di queste due nazioni è, dunque, tutta politica. Arte libera o controllo politico. Gli schieramenti sono ben chiari con ragioni condivisibili da entrambi i lati. Le guerre scatenate dagli stati, le sofferenze patite dagli abitanti delle terre martoriate fanno propendere per una esclusione da quella che può sembrare solo una vetrina per gli artisti di quei paesi. Tuttavia è proprio il dare voce alle piccole cose, quelle che nell’intenzione della curatrice avrebbero dovuto creare una rete virtuosa di condivisioni e affinità, che si potrebbero superare differenze e contrasti. Siamo umani e vogliamo restare tali al di là di ciò che i potenti fanno, passando sopra le nostre teste e le nostre volontà. Nessuno può condividere le scelte politiche di quei paesi ma nessuno può impedire che la comunicazione artistica arrivi dovunque, specie se lo scopo della biennale è far conoscere mondi che non sono graniticamente legati ai loro leader ma che nascondono contrapposizioni, rifiuti, divergenze sostanziali rispetto alle istituzioni. Mettere in prospettiva radici locali e progetti globali coinvolge anche la cultura e l’arte russa, nonostante Putin.

La grazia (come direbbe Sorrentino) dell’assenza di risposte preordinate, la grazia del coraggio, la grazia del saper vivere, la grazia che si contrappone alla passione, anche a quella politica, dovrebbe sempre guidare le nostre scelte, a maggior ragione se queste scelte possono essere un seme di crescita per una diversa prospettiva di vita e di cultura.

 

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