Foto by ulisseonline.it
L’Autore è direttore di ulisseonline.it
La città di Cava de’ Tirreni vive ormai già da qualche settimana la frenetica e confusa atmosfera tipica delle campagne elettorali comunali. Manifesti e santini multicolori, nuovi simboli di inedite formazioni elettorali, slogan a iosa e la consueta pletora di candidati: alcuni improponibili, molti altri decisamente improbabili. Nulla di cui stupirsi. È così che funziona oggi il nostro sistema elettorale, in una democrazia più che matura, forse già avviata alla senescenza.
A ben vedere, però, rispetto alla precedente elezione tenuta nel settembre del 2020 ci sono meno candidati. Allora ci furono 7 candidati a sindaco rispetto ai 5 attuali, le liste dei candidati a consigliere comunale erano 18, rispetto alle 15 di adesso, e i candidati a consigliere comunale erano 408 rispetto ai 328 di oggi.
Ad ogni modo, veniamo alle considerazioni più strettamente politiche.
La prima, la più evidente, riguarda il centrosinistra, che cinque anni fa portò l’attuale sindaco Servalli alla vittoria al primo turno. Ora quel centrosinistra ampio e inclusivo non esiste più. E lo stesso “campo largo” in terra cavese è diventato un campo semi‑largo.
Sono infatti tre i candidati sindaco che si collocano in quell’area.
A sinistra, quella più identitaria e ideologicamente definita si ritrova attorno a un candidato giovane ma con dieci anni di esperienza amministrativa alle spalle: Eugenio Canora. In questa consiliatura, dopo poco tempo e con una scelta coraggiosa, è uscito dalla maggioranza, collocandosi all’opposizione con coerenza, determinazione e autonomia.
Poi c’è la candidatura di Giancarlo Accarino, con cinque liste a sostegno appartenenti alla sinistra storica e moderata – PD e socialisti – insieme ai Cinque Stelle, ai civici e a un’area centrista che comprende Azione, NDC, Repubblicani e Casa Riformista. Sotto molti aspetti, Accarino rappresenta la continuità con l’attuale Amministrazione Servalli. Un punto di forza, per via del patrimonio di voti che portano con sé molti dei suoi candidati al Consiglio comunale. Ma anche un punto di debolezza: il peso della “palla al piede” dei risultati amministrativi tutt’altro che brillanti di Servalli & C. inevitabilmente si farà sentire.
Infine, c’è la candidatura a sindaco di Armando Lamberti che, in buona sostanza, non ha condiviso la scelta – anche nel metodo – di puntare su Accarino. Da qui la decisione di correre in solitaria, cercando consenso soprattutto nell’elettorato moderato e cattolico.
Il secondo elemento da considerare è l’unità che il centrodestra metelliano ha trovato attorno alla candidatura di Raffaele Giordano, sostenuto da ben sei liste. Un fatto non scontato, visto che in passato questo schieramento è stato spesso – se non quasi sempre – diviso nei fatti, finendo talvolta per agevolare vittorie facili del centrosinistra. Oggi, invece, i ruoli sembrano essersi invertiti.
Ultimo elemento da segnalare è la presenza in campo di Luigi Petrone, ex frate francescano, ancora capace di essere politicamente “eversivo” dopo il suo exploit da outsider alle comunali del 2020. La sua forza elettorale, che sembrava essersi affievolita, appare invece se non intatta comunque significativa, e potenzialmente in grado di incidere sugli equilibri tra i due principali schieramenti.
Tirando le somme, questa campagna elettorale appena iniziata non sembra annunciarsi tra le più esaltanti. L’impressione è che, al momento, non manchino gli elettori indecisi e, ancor di più, quelli insoddisfatti dell’offerta politica.
I candidati, più che in passato, dovranno impegnarsi innanzitutto a convincere quella parte di elettorato tentata dall’astensione. Alle comunali, per ragioni facilmente intuibili, questo lavoro è più alla portata: il contatto diretto è più semplice e il rapporto con gli elettori più immediato.
Detto ciò, l’auspicio è che i candidati a sindaco – al di là dei programmi, dei proclami e degli slogan, che spesso lasciano il tempo che trovano – abbiano piena consapevolezza di ciò che li attende in caso di vittoria. E, soprattutto, che sappiano quanto c’è da fare e quale direzione intendono dare al governo della città. Sì, perché, come avvertiva Seneca, «nessun vento è favorevole per chi non sa dove andare».
