La notizia principale, su cui la Stampa nazionale tutta si è riversata – in questo scorcio di estate con temperature estreme senza tregua, in cui predominano le notizie sulle guerre, in corso dappertutto per il Mondo – è stata quella delle: “Nuove evidenze dall’Insula Meridionalis di Pompei Antica”, lanciata dal Parco Archeologico di Pompei.
Tali notizie, riportate anche sull’E-Journal del Parco Archeologico di Pompei dallo stesso Direttore Zuchtriegel – cui va riconosciuta la meritoria iniziativa di informazione tempestiva degli accadimenti più significativi che si verificano sugli Scavi archeologici o sui Lavori di restauro in corso a Pompei – attestano la ri-frequentazione prolungata del sito pompeiano, dopo la distruzione della città romana di POMPEII. (Link: https://pompeiisites.org/e-journal-degli-scavi-di-pompei/)
Il fatto di cronaca riguarda la “scoperta” dell’insediamento umano povero, perché finalizzato al recupero di materiali e reperti antichi, ma non provvisorio – in quanto durato nel territorio pompeiano dalla età antica/tardoantica fino al Rinascimento, cioè per circa un millennio e mezzo con una certa continuità – sul fronte Sud della Insula Meridionalis degli Scavi di Pompei.
Esso è stato già riportato come notizia nell’agosto scorso, su questo stesso giornale in un articolo che paragonava tali insediamenti a “favelas” verticali. (https://www.genteeterritorio.it/le-favelas-verticali-di-pompei-nellinsula-meridionalis/).
L’idea delle favelas si sostanziava dalle parole stesse usate dal Direttore Zuchtriegel per illustrare il singolare re-insediamento, che l’E-Journal descriveva così: (…) nelle antiche case e strutture ritornava la vita, ma gli ambienti che una volta erano al pianterreno ora diventavano scantinati e caverne, dove si allestivano focolari, forni e mulini. (…) a conferma del fatto che l’eruzione pliniana, non era riuscita a “sommergere” completamente la romana Pompeii e i suoi edifici e monumenti più importanti. Essi erano rimasti, dunque, visibili in più zone.
Oggi però Zuchtriegel – alla luce degli ultimi ritrovamenti che comprendono strutture murarie come forni per il pane e cisterne per l’acqua costruite con materiali di spoglio, tratti dagli ambienti antichi stessi, nonché suppellettili, una moneta e una ciotola di terracotta rinascimentale – rincara la dose, sul piano storico, affermando: «Senza togliere nulla a ricercatori come Gioachino Alcubierre, arrivato dalla Spagna e promotore dei primi scavi archeologici a Pompei nel 1748, bisogna prendere atto che qui esisteva una comunità locale che sin dall’indomani dell’eruzione ha continuato a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. Questo emerge non solo dalle scoperte archeologiche, ma anche dal toponimo “Civita”, che attesta la memoria di una città sepolta a livello locale. Naturalmente i contadini e pastori che vivevano tra le rovine antiche non avevano i mezzi per trasmettere la loro conoscenza dell’antico in modo scientifico, ma questo non significa che fosse una conoscenza inesistente. Pompei è ed è sempre stata una vera e propria heritage community e se oggi porta il nome della città antica, non è perché Pompei è risorta dal nulla, ma perché è sempre stata parte della memoria collettiva in questo territorio».
Noi accogliamo con compiaciuta sorpresa e solidale complicità le parole di Zuchtiegel.
Non c’è dubbio che definire Pompei (quella antica) una vera e propria heritage community è un atto di coraggio del Direttore Archeologico di Pompei, sul piano storico-archeologico, che noi di Gente e Territorio sottolineiamo, avendo pubblicato una serie di articoli dedicati ad archeologi, architetti e studiosi di Pompei ritenuti “eretici” per secoli, soltanto perché affermavano la esistenza di una “POMPEI dopo POMPEI”.
Citiamo per tutti, l’architetto Carlo Bonucci che – nella sua Guida “POMPEI DESCRITTA” del 1827 – si sofferma sul Teatro grande e, in provocatorio anticipo rispetto alla opinione prevalente dei suoi contemporanei, scrive: Questo teatro, come tutti i monumenti più elevati di Pompei si vede rovinato e privo dei suoi marmi nelle parti superiori, che non poterono per la loro eminenza essere interamente sepolte dall’eruzione…
E così, Carlo Bonucci, riportando la depredazione dei marmi “nelle parti superiori” del Teatro grande, si poneva contro tutti coloro che davano Pompei come sepolta nei secoli dal Vesuvio, le cui coltri vulcaniche, invece, non erano riuscite a seppellirla completamente con l’eruzione pliniana, come oggi testimoniano i ritrovamenti nelle “favelas verticali” dell’Insula Meridionalis.
Salutiamo oggi quindi l’ingresso del Parco Archeologico di Pompei nella modernità, stante anche la evidente acquisita consapevolezza del territorio vesuviano come “unicum”, che oggi annovera poli satellitari come Villa Regina, Terzigno, Lòngola, e Scafati – con il suo ex Polverificio Borbonico – a far da corona al Parco guidato da Zuchtriegel. La stessa Pompei moderna, (quellaodierna) potrebbe proporsi come valido satellite del Parco con le testimonianze archeologiche che “detiene” e “contiene” nel proprio territorio, come il Santuario dionisiaco di S.Abbondio, il fondo Iozzino e i cantinati della Case Operaie longhiane, capaci di innescare circuiti di visita virtuosi e nuovi.
