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Se n’è andato a 95 anni, a San Ginepro, Michele Pinto

Con lui si chiude una nobile stagione della nostra storia

by Guglielmo Scarlato
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Era nato a Teggiano, ma il suo passo si estendeva su tutta la provincia di Salerno.

Apparteneva a quella generazione che ha imparato la politica nelle sezioni, non sui social. Anni in cui si discuteva fino a tardi, si scrivevano mozioni a mano, si prendeva il treno per Roma e si tornava per la festa di paese. Erano tempi formativi. Tempi in cui essere rappresentante voleva dire rispondere al telefono, spiegare, mediare, tenere insieme.

Pinto è stato uno degli interpreti più alti di quel modo di fare.

Democristiano e poi popolare. Consigliere ed assessore regionale in Campania. Più volte senatore. Vicepresidente del Senato. Ministro delle Politiche agricole nel primo Governo Prodi. Alto dirigente di partito.

Ma le etichette dicono poco. Quello che contava era il metodo: niente urla, niente scorciatoie. Un lavoro di pazienza. La capacità rara di abbassare i conflitti e cercare un punto d’incontro, anche quando tutto spingeva alla rottura.

Aveva un radicamento vero. Conosceva i territori, le vertenze, le persone. Ricordava. Tornava. Non considerava il rapporto con la gente un passaggio, ma il senso stesso dell’impegno pubblico.

In Parlamento portava quella stessa misura. Mente giuridica rigorosa, parola incisiva ed essenziale. Uomo di istituzioni: credeva nel Parlamento, nelle regole, nel fatto che lo Stato dovesse funzionare.

È stato testimone e protagonista di decenni decisivi. Ha visto cambiare i partiti, i governi, il Paese. Eppure non ha mai smesso di ragionare partendo da qui: dal Cilento, dal Vallo di Diano, da Salerno. Perché per lui la politica iniziava sempre dal territorio e lì doveva tornare.

Oggi ci manca soprattutto questo: un’idea di servizio pubblico senza protagonismo, un’autorità che non abbia bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.

Un uomo che ha attraversato la storia repubblicana restando fedele a un’idea semplice: che governare è prendersi cura.

La sua memoria resta nelle leggi che ha contribuito a scrivere, negli incarichi che ha ricoperto con sobrietà, ma soprattutto nel modo in cui ha abitato la politica: con responsabilità, discrezione, radicamento.

La nostra terra perde un pezzo di sé. Un pezzo importante.

 

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