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Calabresi chi?

Tu chiamale, se vuoi, primarie

by Luca Rampazzo
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Se non ci fosse il centrodestra nel panico, la candidatura di Calabresi alle primarie di centrosinistra avrebbe interessato solo gli (ex) colleghi di Repubblica. Sia chiaro, non è una critica. Anche perché è difficile criticare qualcosa che, in realtà, non è mai successo. Solo che se seguite le cose di Milano fuori da Milano potreste essere sotto l’impressione che Calabresi sia in pole position in questa interessante gara. Ma sono effetti distorsivi dovuti al caos e alla distanza. Non esistono (per ora) le primarie e se esistessero (ed esisteranno, mi permetto di ipotizzare) Calabresi non ha mai detto di volervi partecipare. Quello che è, effettivamente, successo è che Calabresi è uscito da Chora Media, società da lui fondata, per, e cito, “intraprendere nuove strade”. Il che è compatibile con l’ipotesi primarie, come lo è anche con l’apertura di un chiringuito a Playa do Sol.

Peraltro, una cosa che in pochi si sono domandati è: perché se ti candidi alle primarie devi lasciare la tua società? Repubblica ci dice che il problema risiederebbe nel socio di maggioranza, che possiede un exchange di Bitcoin (una specie di banco di cambio tra soldi veri e Bitcoin). Questo gli avrebbe dato uno svantaggio nelle primarie contro avversari decisamente di sinistra. È una ipotesi ragionevole, ma abbastanza debole: Pisapia mica mollò lo studio legale solo perché, ovviamente, difendeva ogni tipo di persone.

Qualche maligno insinua un’altra ipotesi: che non si sia comunque riusciti a impedire a Chora di andare in cattive acque. E mentre la barca si approssima agli scogli qualcuno abbia pensato di fare come Schettino. Ma mi pare una ipotesi azzardata e controfattuale: le primarie saranno a febbraio 2027, se Chora affonda prima il capitano andrà a fondo con essa, che si sia strappato le mostrine o meno. Allora perché le dimissioni?

Io ho una modesta proposta: lo ha fatto perché c’era la concreta possibilità che della sua candidatura non sarebbe davvero importato nulla a nessuno, se non a chi ha più possibilità di danneggiarlo che aiutarlo. Il PD ha almeno due concorrenti forti in lista: Majorino, il Nixon di Milano, l’eterno candidato, e Scavuzzo, vicesindaca di continuità. Ne ha anche uno non ufficiale, Pacini. Ci sono poi altri aspiranti di grandi speranze, tipo la nipote di Cossutta. Insomma è un campo affollato, per quanto largo sia. Calabresi doveva essere quello che faceva saltare il banco, col suo nome addirittura si paventava che le primarie non sarebbero servite.

In effetti, dopo le dimissioni è calato un silenzio carico di disinteresse. Majorino era in campagna prima, lo è restato anche dopo. La Scavuzzo era l’unica donna prima, lo è rimasta pure dopo. Pacini era a caccia prima, è a caccia tutt’ora. Insomma, a nessuno è importato nulla. Salvo Calenda. Che ha ufficialmente chiesto di chiudere tutto, perché con Calabresi corre lui. Per cui il resto del circo può pure sbaraccare. E pure Albertini, grande vecchio (inteso alla Re Lear) del centrodestra, ha detto che per Calabresi farà il disgiunto. Ecco, con amici del genere, che te ne fai dei nemici? Manca solo l’endorsement di Vannacci e poi possiamo passare ai necrologi politici.

Dal PD, che a Milano le elezioni le può vincere pure da solo, ma si ostina a regalare la poltrona di Palazzo Marino costantemente a gente che da sola faticherebbe a farsi eleggere in un Municipio, nulla. Solo l’europarlamentare (ripescato) Maran ha parlato di atto coraggioso. Tutti gli altri niente. Aggiungeteci che, a Milano, alla Festa dell’Unità non ci sarà manco Elly Schlein e il quadro è completo. Saranno primarie e se Scavuzzo si farà da parte Calabresi perderà contro Majorino. Un piccolo capolavoro di genialità politica. L’ennesima, e pertanto inutile, dimostrazione che la società civile o si circonda di manutengoli del potere che vorrebbe colonizzare (cessando così la pretesa di civiltà) o si ritrova a fare la spettatrice in un gioco che non capisce.

Calabresi con la sinistra ha sempre avuto problemi di feeling, basti ricordare la stagione finita non benissimo a Repubblica. È, sotto molti aspetti, la reliquia di un Renzismo che a Milano funziona molto bene nell’elettorato e molto male nella dirigenza. Le primarie non sono un affare di popolo, non in una città dove il 60% circa della popolazione ha la residenza da meno di dieci anni. Sono un affare di cacicchi e dirigenti. Calabresi a questo duello di pistoleri si presenta da pistola, come si direbbe sui Navigli. Nella speranza, non assurda sia detto, ma meno che certa, che qualcuno voglia salvare il soldato Mario per la certezza di vincere.

Certezza, ci dice Repubblica, che la Segretaria del Partito avrebbe pure se candidassero un comodino. Quindi perché scegliere un candidato esterno, autonomo e ingombrante invece dell’usato sicuro Majorino? Ecco, se volete sapere cosa stia succedendo a Milano, la risposta è questa: un galantuomo moderato è stato convinto di essere il papa Straniero e sta per accorgersi che la chiesa che dovrebbe eleggerlo è più chiusa agli stranieri di Futuro Nazionale.

Ecco, a questo punto, Calabresi ha una via di uscita molto comoda: lui non si è candidato a nulla. Può andare a fare tutt’altro e salvare la faccia. Una mossa ben fatta. Se andasse così. Ma la sensazione è che prevarrà l’ego, il grande tallone d’Achille della società civile. E assisteremo a una sinistra che masticherà democraticamente un galantuomo moderato e lo sputerà, disoccupato e umiliato, nella tabacchiera dei galantuomini moderati, con tutti gli altri che ci avevano creduto. Tu chiamale, se vuoi, primarie.

 

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