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Danilo Rea, Sakamoto e un viaggio oltre il tempo

alle Basiliche di Cimitile la musica diventa visione per il Pomigliano Jazz Festival

by Rosita Gargano
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Un’ora e quaranta minuti ininterrotti, dal primo all’ultimo suono. Un tempo sospeso, dilatato, quasi sottratto alla dimensione ordinaria dell’ascolto. È dentro questa percezione del tempo che ha preso forma Sakamoto & Me, il progetto con cui Danilo Rea ha portato al Pomigliano Jazz il suo personale omaggio all’artista giapponese Ryuichi Sakamoto, artista poliedrico e autore di colonne sonore indimenticabili, nella straordinaria cornice delle Basiliche Paleocristiane di Cimitile (NA).

Sul palco, insieme al pianista, Martux_M con la sua elettronica e i visual di Mauro Cosenza hanno costruito una vera architettura sensoriale, nella quale suono e immagini si sono intrecciati senza mai apparire come elementi accessori.

La memoria di Sakamoto trasformata in materia sonora

Tra i protagonisti più autorevoli del pianismo jazz italiano, Danilo Rea affronta il repertorio di Sakamoto da una prospettiva profondamente personale: quella dell’improvvisatore.

Non è una semplice rilettura delle sue composizioni e nemmeno un esercizio di filologia musicale. Danilo parte dalla memoria delle melodie, dalle atmosfere, dalle cellule tematiche, per trasformarle in materia viva, continuamente plasmata nell’istante.

È qui che il progetto trova la propria forza. La musica di Sakamoto, già per sua natura sospesa tra mondi differenti, viene restituita attraverso una sensibilità pianistica capace di muoversi tra lirismo, rarefazione, silenzio e improvvisazione. Il pianoforte diventa così lo scheletro emotivo del racconto: lascia respirare le melodie, ne dilata i tempi, ne modifica le prospettive.

Il riferimento al Ma, il concetto giapponese dello spazio e dell’intervallo, sembra trovare nel pianismo di Danilo Rea una traduzione particolarmente efficace. Il silenzio non è assenza, ma materia. Lo spazio tra una nota e l’altra diventa parte integrante della composizione.

Ed è proprio nel rapporto con il silenzio che emerge una delle qualità più affascinanti della serata: la capacità di non riempire ogni spazio, lasciando invece che la musica possa sedimentare.

 

 

Quando lelettronica non accompagna, ma dialoga

A completare la trama sonora è intervenuto Martux_M che ha trasformato l’elettronica in un vero interlocutore del pianoforte.

Texture, riverberi, pulsazioni e frammenti elettronici hanno ampliato il suono acustico senza sovrastarlo. Il pianoforte rimaneva riconoscibile nella sua dimensione organica, mentre l’elettronica ne espandeva i confini, creando una sorta di ambiente sonoro nel quale perdersi.

È una dinamica che richiama inevitabilmente l’universo creativo di Sakamoto, artista capace di attraversare senza gerarchie musica colta, pop, minimalismo, sperimentazione ed elettronica. Un autore impossibile da confinare in un unico linguaggio e proprio per questo particolarmente adatto a essere reinterpretato attraverso l’improvvisazione.

Nel dialogo tra Rea e Martux_M, il passato non viene dunque semplicemente celebrato: viene rimesso in discussione e ricreato.

Il terzo elemento: la musica diventa immagine

A completare il dialogo tra suono e visione è stato il lavoro visuale di Mauro Cosenza.

Le immagini proiettate non hanno svolto la funzione convenzionale di semplice fondale. Hanno contribuito alla costruzione della dimensione onirica del concerto, dialogando con la musica e accompagnandone le trasformazioni.

La disposizione scenica contribuiva a dare forma a questa esperienza immersiva: Danilo Rea e Martux_M, collocati ai due estremi del palco, davano vita da punti opposti a un unico percorso sonoro e sensoriale, che convergeva idealmente verso il centro della scena, dove un pannello accoglieva le immagini fluttuanti di Mauro Cosenza.

Anche la scelta degli outfit candidi sembrava sottrarre i protagonisti alla dimensione quotidiana, quasi fossero figure appartenenti allo stesso paesaggio immateriale evocato dalla musica.

Il risultato è stato un’esperienza immersiva nella quale il pubblico è stato invitato non soltanto ad ascoltare, ma a lasciarsi attraversare dal suono e dalle immagini.

 

 

Cimitile, un luogo che diventa parte della musica

Uno dei meriti più evidenti del Pomigliano Jazz è la capacità di mettere in relazione la musica con luoghi capaci di amplificarne il significato.

A Cimitile questa vocazione è apparsa particolarmente evidente. Le Basiliche Paleocristiane, con la loro storia millenaria e le stratificazioni architettoniche, non sono state una semplice cornice: sono diventate parte integrante della percezione del concerto.

Anche l’organizzazione degli spazi ha contribuito alla riuscita della serata. Il numeroso pubblico è stato disposto in modo da permettere una buona fruizione sia dell’ascolto sia della componente visiva, sfruttando naturalmente le diverse altezze e prospettive offerte dal sito.

Un dettaglio apparentemente logistico, ma determinante quando un concerto nasce dall’equilibrio tra musica, spazio e immagini.

E proprio prima dell’appuntamento con Danilo Rea, il festival ha invitato il pubblico a conoscere più da vicino il patrimonio storico del luogo attraverso una visita guidata, confermando una formula nella quale divulgazione culturale e spettacolo procedono insieme.

Interferenze Sonore: quando il jazz incontra la club culture

La serata si è aperta con Interferenze Sonore, progetto nato da un’idea di Pomigliano Jazz e Marco De Falco, che ha visto protagonisti lo stesso De Falco, dj, producer e musicista, e il trombonista Alessandro Tedesco.

Un incontro tra due percorsi differenti ma accomunati dalla ricerca e dalla volontà di superare i confini tra linguaggi.

L’elettronica di Marco De Falco e il trombone di Alessandro Tedesco hanno dato vita a una performance costruita su groove, campionamenti, effetti, pulsazioni e improvvisazione. Qui l’“interferenza” non è un elemento di disturbo, ma diventa il principio stesso della creazione: la possibilità di mettere in relazione materiali apparentemente lontani e generare qualcosa di nuovo.

È una musica che nasce nel presente, attraverso l’ascolto reciproco e la capacità di reagire alle sollecitazioni dell’altro. Jazz e club culture si incontrano, la materia acustica viene trasformata dall’elettronica e il ritmo diventa punto di partenza per un’esperienza imprevedibile.

Il progetto tornerà protagonista anche domenica 6 settembre, con Marco De Falco in solo al tramonto, lungo la Strada Matrone del Vesuvio, in una performance sperimentale costruita attraverso vinili, campionamenti, elettronica ed effetti.

 

 

La vocazione di Pomigliano Jazz

La serata di Cimitile restituisce in modo esemplare la filosofia di Pomigliano Jazz: non soltanto una rassegna di concerti, ma un laboratorio permanente nel quale musica, territorio, patrimonio e ricerca possono incontrarsi.

Da oltre trent’anni il festival porta in Campania artisti di rilievo nazionale e internazionale, proponendo al pubblico percorsi musicali capaci di attraversare il jazz e le sue molteplici contaminazioni.

È anche attraverso questa capacità di costruire relazioni tra linguaggi e generazioni che la rassegna ha contribuito alla crescita della scena jazz campana e alla valorizzazione culturale dei territori coinvolti.

A Cimitile, per una sera, il tempo della storia e quello della musica hanno finito per sovrapporsi. Da una parte le pietre, le basiliche, le tracce di una memoria millenaria; dall’altra il pianoforte di Danilo Rea, l’elettronica di Martux_M, le immagini di Mauro Cosenza.

E in mezzo, il pubblico.

Un’ora e quaranta minuti senza interruzioni, nei quali il repertorio di Sakamoto ha smesso di essere soltanto memoria per diventare materia viva, continuamente reinventata.

Forse è proprio questo il senso più autentico di un omaggio: non riprodurre ciò che è stato, ma permettere a quella musica di accadere ancora una volta, nel presente, in una forma nuova.

 

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