RECUPERO DI CIVILTA’ – tratti di storie vere / Media: Serie di 2 Documentari da 50′ uno / Produzione Estradigital Srl – Roma / Autore e regia di Ennio Coccia
Non è facile da capire, ma noi siamo la nostra memoria… ed è anche molto difficile da spiegare… ma è così.
La nostra identità esiste in quanto ha una memoria, se non ci fosse quella nessuno di noi conterebbe qualcosa come individuo. Ce ne accorgiamo anche solo camminando per le nostre città; le strade che facciamo per andare al lavoro, a casa o a scuola, sono il risultato di percorsi già tracciati, solchi, che fanno parte della storia di quella città e la storia è un patrimonio di cui non possiamo fare a meno.
Poi accadono degli eventi straordinari come le guerre, le rivoluzioni, i disastri naturali, le pandemie, che non fanno distinzioni tra la nostra vita privata e quella collettiva, le differenze si assottigliano, e tutto quello che succede intorno a noi ci riguarda e ci tocca profondamente, e forma ciò che possiamo a ragione chiamare memoria collettiva.
L’Italia in questo momento è in grado di capire il senso degli avvenimenti accaduti nella seconda metà del Novecento. Il nostro è un paese che ha subito violenza politica e di criminalità organizzata molto importante e solo ora siamo in grado di studiarla e analizzarla come la ricerca storica deve fare, cioè sulle fonti, sui documenti e sulle testimonianze degli avvenimenti accaduti, per comprenderne il senso.
Il Ministero della Giustizia, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Consiglio Superiore della Magistratura e la Cassa delle Ammende hanno raccolto questa sfida e promosso un Protocollo d’intesa finalizzato alla digitalizzazione integrale della documentazione giudiziaria relativa ai processi svolti negli ultimi cinquant’anni e riguardanti tutte le forme di terrorismo e criminalità organizzata avvenute nel nostro Paese.
Dalla P2 di Gelli al delitto Mattarella, Treno Italicus, le stragi di Piazza Fontana, di Brescia, della Stazione di Bologna, il delitto Moro; un’iniziativa avviata in varie città italiane e coordinata dagli Archivi di Stato di città come: Roma, Milano, Firenze e Brescia.
Il primo progetto ad essere stato avviato dal Protocollo è l’intera documentazione giudiziaria relativa alle carte dei processi svolti per il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, i cinque procedimenti connessi al caso Moro. Una quantità stimata in circa settecento cinquantamila pagine, tra documenti, carte, foto e testi da digitalizzare. L’ambiente scelto per la lavorazione è il carcere romano di Rebibbia e attualmente otto detenuti e i loro formatori sono il personale scelto per svolgere questo delicato lavoro.
Questo racconterà il documentario.
Archivi per non dimenticare (nome del Protocollo d’intesa) è un’iniziativa unica nel nostro Paese e , ritengo, di grande valore culturale e soprattutto umano.
Gli archivi sono la sostanza della nostra storia e l’autobiografia della società. Senza gli archivi sarebbe impossibile ricostruire i soprusi e le violenze commesse dalle dittature politiche e militari; non si potrebbe far luce e dare le corrette informazioni su episodi legati a terrorismi, stragi e mafie. Senza gli archivi non si possono condurre i processi e riaprire cause quando subentrano nuovi elementi. I processi in sé non fanno la storia, ma tutti i documenti, le indagini, i reperti e le testimonianze che ne sono parte integrante si… questi fanno la storia.
Si tratta di un progetto molto delicato che affronta un tema fatto di “documenti sensili”, segreti di stato, ma anche di istituti di pena e polizia penitenziaria. Si tratta anche di raccontare il mondo della detenzione, del lavorare in carcere, del recupero di personalità provate da lunghi periodi di inattività e del loro reinserimento nel mondo che vive fuori dal carcere.
“La popolazione detenuta è parte della società e non è costituita da persone che, poste al di là di un muro, va ritenuta diverse da chi vive al di qua di quel muro.” (Mauro Palma)
Da molti mesi sono impegnato a documentare le fasi di questo lunga attività, e per il momento il documentario racconta tutte le fasi della lavorazione sul caso Moro, a Roma all’istituto di Rebibbia, ed i processi per la strage di Via dei Georgofili a Firenze e per le stragi di mafia del 1993-94 come a San Giorgio al Velabro a Roma, Via Palestro a Milano e quello fallito in Via Ruggero Fauro a Maurizio Costanzo; documenti e atti attualmente in lavorazione all’istituto Gozzini di Firenze.
Seguirà il procedimento sulla P2 di Licio Gelli e quello sulla strage di Ustica del 1980, sempre a Roma
Insieme al prof. Di Sivo, storico e archivista, sono riuscito a coinvolgere alcune tra le personalità più note e competenti del nostro paese sul tema.
Paolo Buonora è un ex direttore dell’Archivio di Stato di Roma, responsabile della piattaforma informatica su cui andrà scaricato il materiale digitalizzato. Un compito estremamente delicato che attiene a tutte le soluzioni utili per garantire la sicurezza, l’accesso e il download, per storici, scrittori e liberi cittadini. Dai nostri incontri un suo concetto mi ha molto colpito: “Quello che a noi interessa comunque è salvare la documentazione, perché se salviamo la documentazione un domani tutti i discorsi storici, giudiziari e politici si potranno riaprire.”
Mauro Palma è stato il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale, questa la dicitura completa della sua carica, è un matematico e un giurista. Non credo vi sia persona in Italia più competente e preparata per parlare di detenzione, centri per gli immigrati, lavoro e sanità in carcere. E’ stato il primo a dirigere un organismo statale indipendente, operativo in Italia solo da 2016, ed ha accettato di fornire informazioni e notizie utili a questo progetto.
Ci siamo incontrati più volte e sulla digitalizzazione mi dice:
“La cosa positiva che io vedo in questo progetto è il rapporto con la tecnologia. L’Amministrazione Penitenziaria da sempre ha avuto paura delle tecnologie. Ma noi sappiamo benissimo che se una persona passa un lungo periodo della propria vita in un sistema che non ha rapporto con la tecnologia, oggi, quando uscirà, non sarà sicuramente in grado di inserirsi e il rischio che riprenda a fare quello che aveva lasciato prima di entrare è grande…”
Al Protocollo d’Intesa tra i Beni Culturali e la Giustizia va aggiunta Cassa Ammende, un’istituzione molto antica che si occupa proprio del reinserimento dei detenuti.
Non avevo mai sentito nominare questa amministrazione e in fase di preparazione ho preso contatto sia con il segretario nazionale, Sonia Specchia che il direttore, Gherardo Colombo, magistrato. La dottoressa Specchia mi ha aperto gli occhi sui compiti della Cassa, mentre Gherardo Colombo pone l’accento sulla formazione e un reinserimento mirato ad aziende e istituzioni in grado di poter accogliere ex detenuti.
Sonia Specchia: “La cassa delle Ammende è un ente di diritto istituito nel 1932, ben prima della riforma penitenziaria del 1975, e già da allora si occupava del reinserimento sociale delle persone in esecuzione penale, cioè dei detenuti. La Cassa è alimentata dalle pene pecuniarie stabilite dall’autorità giudiziaria in fase di sentenze definitive, o dai depositi cauzionali o anche da fondi abbandonati dai detenuti… accade anche questo.
Un tema di grande attualità nel nostro paese, per far fronte alla preoccupante percentuale di recidiva fra coloro che scontano una pena in carcere, attualmente al 68,45% (fonte DAP).
Molto diretto è invece il dott. Raffaele Piccirillo, magistrato, e già Capo di Gabinetto alla Giustizia. E’ stato lui che ha risposto alla domanda forse più difficile che si è presentata nel corso delle mie interviste: – Perché dei detenuti, come si legano gli atti processuali, le Procure, il lavoro investigativo, gli archivi giudiziari con il mondo della detenzione…
La risposta è stata: “I detenuti hanno da ricucire una frattura con la società, una ferita, che con il loro delitto, hanno inferto al contesto sociale. Con questo lavoro ci aiutano invece a ricucire la ferita storica che ha subito il nostro Paese, inferta dalla criminalità organizzata e politica nella seconda metà del Novecento. E’ un’operazione quasi di sutura della memoria individuale che in questo caso serve alla ricostruzione della memoria collettiva”.
La prima persona con cui ho preso contatto, nell’intraprendere questo lavoro, è stato Michele Di Sivo, vera eccellenza del nostro patrimonio archivistico nazionale, coordinatore del progetto al quale lavora insieme a molti professionisti degli archivi, tra i quali lo storico cancelliere del tribunale di Roma, Paolo Musio, ora in pensione ma per niente a riposo, punto di riferimento per studiosi e giornalisti. Tutto il documentario è commentato dalle personalità intervistate che danno la loro testimonianza su questo delicato e vasto mondo, non ci sono voci fuori campo, non c’è uno speaker, Michele Di Sivo è il filo conduttore di tutto il racconto, interviene più volte e in video e audio e con lui siamo riusciti a collegare i differenti temi e contenuti che questo progetto ha in sé. Da una parte il lavoro degli archivisti, la digitalizzazione di materiali ritenuti ancora oggi sensibili e il successivo accesso al pubblico attraverso il web. Dall’altra raccontare il mondo della detenzione, il lavoro in carcere e il reinserimento nel tessuto sociale una volta scontata la pena.
Tanto per riassumere una trentina di detenuti di Rebibbia, condannati in via definitiva, con pene medio-lunghe, stanno lavorando dal 2020 alla digitalizzazione degli atti dei vari processi Moro: un progetto nato dalla collaborazione dei ministeri della Cultura, della Giustizia, CSM, insieme
all’Archivio Flamigni e la Cassa delle Ammende. È solo l’inizio di un lungo percorso che vedrà passare sotto gli scanner milioni di carte, e che andrà avanti con gli anni.
Per i detenuti coinvolti, non si tratta affatto di un’azione alienante e ripetitiva, come quella di scannerizzare milioni di documenti, dietro c’è molto lavoro degli archivisti e molta consapevolezza, da parte dei detenuti stessi, che toccano dei documenti che hanno fatto la storia di questo Paese.
E’ una iniziativa unica nel nostro paese che ha suscitato in me un grande interesse come autore e regista televisivo. Dalla mia esperienza e da alcuni filmati che ho realizzato su località e temi vicini a questo progetto, come Pianosa, Asinara, Agenti di Custodia e istituti di pena, sto cercando di procedere nella maniera meno invasiva possibile e con la consapevolezza di affrontare un tema fatto di “documenti sensibili”, Istituti di Pena, detenuti e polizia penitenziaria.
Michele Di Sivo: “Il delitto Moro ha cambiato la storia dell’Italia repubblicana. Comprendere come e perché è avvenuto, qual era la strada interrotta da quel delitto e quale, invece, la strada che abbiamo preso, è un contributo per tutti, così come per gli altri eventi che ci hanno lacerato in quegli anni di violenza politica. E’ un compito per chi studia i documenti, che sono sterminati, ma unire i tratti di questo percorso è qualcosa di più che una necessità della ricerca, è anche recupero di quella lacerazione. Farlo a partire dal lavoro dei detenuti è un segno potente, è un recupero di civiltà.
Questa è l’esperienza che racconto in questo documentario.
