Foto by Ministero della Difesa
Se lo sono chiesti gli Houthi dopo essersi accorti di aver colpito e gravemente danneggiato un Eurofighter F-2000 italiano stazionato nella base aerea Re Fahd, in Arabia Saudita, a 70 km dalla Mecca.
Muhammad Mansur, funzionario del Ministero dell’Informazione del governo Houthi si è affrettato a dichiarare: «Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese. Ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi». Concetto ribadito da Nasr al-Din Amer, vicecapo dell’Autorità per i media degli Houthi.
La notte tra il 17 e il 18 settembre scorsi un attacco di droni Houthi a Riad ha messo fuori uso un nostro Eurofighter. Il danno economico per l’Italia è stimabile sui 30 milioni di euro. Il giorno dopo, sabato scorso, le dichiarazioni di Mansur sopra riportate e quelle di Nasr al‑Din Amer, dello stesso tenore. Dal tono e dalle parole sembra quasi che i miliziani yemeniti si siano come ‘sorpresi’ della presenza dei nostri aerei da combattimento a Riad. Dove peraltro non c’era un solo velivolo italiano. Gli Eurofighter dislocati in Arabia Saudita dalle nostre Forze Armate sono quattro e ci sono anche batterie di SAMP/T, mezzi antiaerei e antimissili a medio lungo raggio di fabbricazione italo-francese, e sistemi antidrone Skynex e radar a lungo raggio. In più vi sono acquartierati quattrocento tra soldati e ufficiali. Cosa ci facevano – e ci fanno – in Arabia Saudita?
Il Ministero della Difesa ha informato che stanno lì per concorrere alla difesa dello spazio aereo dell’Arabia e degli Emirati a seguito dei ripetuti attacchi dell’Iran, che stanno gravemente compromettendo gli interessi italiani. (Detto per inciso: è alquanto paradossale che i nostri mezzi, inviati lì per proteggere lo spazio aereo di Riad, si siano fatti bucare dai droni degli Houthi che hanno colpito proprio uno dei nostri aerei!). Comprensibile, ma su quale base giuridica l’Italia ha dislocato in Arabia il contingente di cui sopra?
Ricordate nel 2014 la costituzione del califfato dell’Isis le cui cruente attività terroristiche misero a soqquadro tutto il Medio Oriente fino al Nord Africa? Si formò allora una coalizione internazionale per fronteggiare, contenere e abbattere il DAESH di Al-Baghdadi. Fu l’Iraq a chiedere l’aiuto internazionale e, sotto guida USA, aderirono alla Inherent Resolve, questo il nome della coalizione, trenta Paesi, tra i quali l’Italia e l’Arabia Saudita. Formalmente la presenza attuale del contingente italiano a Riad si inquadra nel perimetro della Inherent Resolve.
Il feeling tra Arabia Saudita e Italia si è poi consolidato in tempi più recenti, a seguito delle iniziative prese dai nostri governi – prima Draghi, poi Meloni – subito dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la conseguente chiusura dei rubinetti del gas e del petrolio russi. L’Italia si è attivata da subito per diversificare le fonti del proprio approvvigionamento, stringendo importanti accordi con diversi Paesi produttori di petrolio, tra i quali l’Arabia Saudita. Nel gennaio dello scorso anno la nostra premier, Giorgia Meloni, in visita ufficiale a Riad, ha sottoscritto un accordo di ‘partenariato strategico’ con il Regno saudita. La presenza di mezzi e uomini italiani a Riad si inquadra nell’ambito anche di questo accordo.
Il problema è che il nostro contingente vi è stato dislocato a marzo, su richiesta dei Paesi arabi nostri partner, ma il nostro Governo lo ha reso noto solo a luglio. Di qui le contestazioni delle opposizioni, che denunciano il mancato coinvolgimento del Parlamento. Ma superiamo le questioni giuridiche, ai confini con le incoerenze verso la Costituzione. Di esse si discuterà certamente in Parlamento.
Nella sostanza è del tutto evidente che un Paese come il nostro, privo di petrolio, in grave ritardo sulla conversione verso le fonti energetiche rinnovabili, privo di centrali produzione nucleare e sfornito, nel contesto delle sanzioni alla Russia, di energia da fonti fossili, abbia necessità di procurarsi petrolio da chiunque sia disposto a vendercelo. E che l’Arabia sia da questo punto di vista un partner di assoluto rispetto. Se Riad ci chiede un supporto per la difesa del proprio spazio aereo è ovvio che noi dobbiamo, in base agli accordi sopra citati, e abbiamo tutto l’interesse a fornirglielo. Questo non significa fare guerra agli Houthi, come da loro stessi affermato: «Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese». Cosa profondamente vera.
Il conflitto arabo-houti ha radici e spiegazioni esclusivamente locali. Il guaio fu fatto quando, dopo la Seconda guerra mondiale, i Paesi vincitori definirono i confini degli Stati. Per il Medio Oriente e l’Africa lo fecero a tavolino, col righello! Basta guardare la mappa geopolitica delle due macroaree, linee rette tracciate senza tener in alcun conto la storia e la geografia dei luoghi. Come si può vedere dalla mappa qui allegata i confini dello Yemen non furono subito quelli attuali.

1980
Lo Yemen del Sud, con capitale Aden, già protettorato inglese, aderì al blocco filosovietico e si definì Stato marxista. Il Nord, con capitale Sana’a ammiccò all’Occidente.
La situazione si è complicata quando, il 22 maggio 1990, nel contesto del collasso dell’URSS, la Repubblica Democratica Popolare del Sud si è unita alla Repubblica araba del Nord, dando vita all’attuale Yemen. La capitale fu ubicata a Sana’a, mentre Aden fu scelta come capitale ‘economica’ della Repubblica. Unificazione infelice. Dal 2011 i diversi gruppi etnico-religiosi hanno aperto una guerra civile.

oggi
Oggi nello Yemen si scontrano il Governo ‘ufficiale’ di Aden, quello secessionista del ‘Consiglio di Transizione del Sud’ e quello di Sana’a controllato dagli Houthi, zayditi sciiti. Questi ultimi, assoluta maggioranza etnico-religiosa nelle province del Nord Ovest confinanti con l’Arabia Saudita, sono però minoranza nell’insieme del Paese. Il governo di Aden, controllato dai sunniti shafi’iti, e nel contesto del Medio Oriente sostenuto con forza da Riad tenta da anni di prendere il controllo del Nord, senza riuscirci. È ovvio che gli Houthi, non potendo sostenere lo scontro armato con la potente Arabia – potente solo sulla carta, l’esercito arabo saudita non ha alcuna esperienza reale di combattimento, salvo la Guardia Nazionale, che però è focalizzata solo sulla repressione interna – e non potendo contare sul sostegno dei Paesi occidentali interessati a loro volta rafforzare i legami con Riad, si siano rivolti all’Iran sciita, unica potenza regionale in grado di equilibrare i rapporti di forza con l’Arabia e di farsi loro protettrice. Ed è anche logico che Teheran in cambio abbia chiesto agli Houthi la loro partecipazione organica alla guerra contro Israele e l’Occidente. Gli Houthi non hanno alternative. Tuttavia, a nostro avviso, la loro volontà primaria non è la distruzione di Israele o il blocco dello Stretto di Bad el Mandeb. Piuttosto è quella di essere riconosciuti su scala internazionale come legittimo governo del Nord Ovest dello Yemen. Fanno la guerra all’Occidente per procura, non per loro autonoma determinazione.
Sotto questo riguardo non ha torto Donald Trump quando dice che gli Houthi vogliono dialogare con gli USA. E lo vorrebbero a maggior ragione col nostro Paese, al quale sono dal secolo scorso legati da vincoli di amicizia.
Nella prima metà del secolo scorso, presenti noi in Somalia ed Eritrea, furono molti e molto stimati i nostri medici, scienziati, archeologi, insegnanti che, ben accolti, operarono nella loro area. Anche gli ufficiali del nostro esercito, della Marina in particolare, furono presenti e benvoluti tra gli Houthi. Il nemico degli Houthi non siamo noi, è l’Arabia che sostiene il governo di Aden e che mette il veto al riconoscimento del loro Stato. Ma noi non possiamo mollare l’Arabia e la rete dei nostri partner nella regione. Possiamo solo offrirci come mediatori, pur collocati a difesa di Riad. Impresa alquanto ardua. Non è questo il tempo delle mediazioni.
