Ci sono immagini della politica internazionale che sembrano appartenere soltanto al presente e che, invece, hanno qualcosa di antichissimo.
Nei giorni scorsi Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati a Washington. Hanno parlato di commercio, tecnologia, intelligenza artificiale, Taiwan, sicurezza e rapporti militari tra Stati Uniti e Cina. Hanno cercato, almeno sul piano diplomatico, di mantenere aperto il dialogo e di impedire che la competizione degenerasse in uno scontro incontrollabile. Ma proprio la necessità di parlarsi rivela quanto profonda sia diventata la rivalità tra la potenza che da decenni occupa il vertice dell’ordine mondiale e quella che aspira sempre più apertamente a modificarne gli equilibri.
Ed è qui che, sorprendentemente, torna a parlarci un uomo vissuto quasi 2.500 anni fa. Si chiamava Tucidide. Era ateniese, generale e storico. Aveva combattuto nella guerra del Peloponneso e aveva capito una cosa che ancora oggi sembra scritta per Washington e Pechino.
ATENE E SPARTA
Nel 431 a.C. comincia la guerra più famosa della Grecia classica. Da una parte Atene: potenza marittima, ricca, commerciale, innovativa, democratica e sempre più sicura della propria superiorità. Dall’altra Sparta: potenza terrestre, conservatrice, militarizzata, austera e sempre più inquieta davanti alla crescita ateniese.
Atene non desiderava necessariamente distruggere Sparta. Sparta non desiderava necessariamente distruggere Atene. Eppure per ventisette anni le due potenze si massacrarono, fino a consumare le proprie risorse e a trasformare la Grecia intera in un campo di battaglia. Tucidide si pone allora una domanda che sembra appartenere alla nostra epoca: come può una guerra diventare possibile quando nessuno, all’inizio, sembra volerla davvero?
La sua risposta è rimasta una delle frasi più celebri della storia delle relazioni internazionali: «Fu l’ascesa di Atene e la paura che questa incusse a Sparta a rendere la guerra inevitabile.» Non un tradimento. Non una follia improvvisa. Non necessariamente la volontà di un singolo uomo. Un meccanismo strutturale.
HARVARD RITORNA A TUCIDIDE
Nel nostro secolo, Graham Allison, politologo della Harvard Kennedy School e studioso di strategia e sicurezza internazionale, si trova davanti a una domanda terribilmente simile: cosa accade quando una potenza emergente comincia a minacciare il primato della potenza dominante? Allison riprende Tucidide e conia una formula destinata a diventare celebre: The Thucydides Trap – la Trappola di Tucidide. Non è una profezia. È una chiave di lettura della storia.
Il gruppo di ricerca del Belfer Center di Harvard ha esaminato sedici casi, negli ultimi cinquecento anni, nei quali una potenza emergente ha minacciato di sostituire una potenza dominante. Il risultato è impressionante: 12 casi su 16 sono sfociati nella guerra. Quattro, invece, sono riusciti a evitarla. E proprio quei quattro casi sono importanti perché dimostrano che la trappola non è una legge della storia.
Tra i casi esaminati troviamo le rivalità tra grandi potenze europee, dalla competizione tra Francia e Asburgo a quella tra Olanda e Inghilterra, fino alla crescita della Germania e al confronto tra Giappone e Stati Uniti. Ma ci sono anche esempi nei quali la transizione venne gestita senza una guerra tra le grandi potenze.
IL CASO AMERICANO E QUELLO TEDESCO
Uno dei casi più interessanti è quello tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Tra XIX e XX secolo, gli Stati Uniti diventano progressivamente la grande potenza economica dell’Occidente. La Gran Bretagna, che aveva costruito il più vasto impero e occupava una posizione dominante nel sistema internazionale, avrebbe potuto considerare l’ascesa americana una minaccia esistenziale. Non lo fece. Londra accettò progressivamente il nuovo equilibrio di potere e la crescente centralità degli Stati Uniti senza trasformare quella transizione in una guerra.
Ma ancora più istruttivo è il caso della Germania. Perché qui la storia offre due episodi completamente diversi. Nel 1914, la Germania imperiale era una grande potenza emergente. La sua straordinaria crescita industriale, economica e militare aveva modificato gli equilibri europei. La competizione con le altre grandi potenze si intrecciò con nazionalismi, sistema delle alleanze, corsa agli armamenti e crisi balcaniche. Il risultato fu la catastrofe della Prima guerra mondiale.
Ma nel 1990 accade qualcosa di completamente diverso. La Germania si riunifica e torna a essere, potenzialmente, la più forte potenza economica dell’Europa. Eppure questa volta la sua crescita non produce una nuova guerra europea. Perché? Perché la Germania riunificata non viene lasciata sola davanti alle altre potenze e, soprattutto, non cerca di costruire un ordine europeo alternativo. Viene invece inserita dentro l’ordine occidentale ed europeo già esistente. Rimane nella NATO, consolida il rapporto con la Francia, partecipa pienamente all’integrazione europea e accetta che la propria enorme forza economica venga esercitata dentro istituzioni e regole condivise.
È questo che rende il 1990 un caso interessante per la teoria di Allison. Non perché la Germania del 1990 sia simile a quella del 1914. Esattamente il contrario. Sono due esempi di come una grande trasformazione degli equilibri possa produrre risultati completamente diversi. Nel 1914, l’ascesa della Germania si inserì in un sistema di rivalità, alleanze, nazionalismi, armamenti e paura reciproca. Nel 1990, la crescita della Germania riunificata venne invece assorbita dentro un sistema istituzionale nel quale le altre potenze potevano convivere con la sua nuova forza. La lezione è fondamentale: la transizione di potere non produce automaticamente la guerra. Conta il modo nel quale quella transizione viene gestita.
MA COME SCATTA LA TRAPPOLA?
Non è semplicemente il PIL. Non sono soltanto le armi. Non è nemmeno necessariamente l’ambizione di conquistare. È soprattutto il modo nel quale le due potenze interpretano reciprocamente le proprie mosse.
La potenza emergente può pensare: «Abbiamo sofferto per secoli. Ora siamo abbastanza forti per pretendere rispetto, voce e spazio. Le regole dell’ordine internazionale sono state scritte quando noi non eravamo ancora abbastanza forti per scriverle. Perché dovremmo accettarle per sempre?»
La potenza dominante può pensare esattamente l’opposto: «Siamo noi ad aver costruito questo ordine. Ha garantito sicurezza, commercio e prosperità. Se cominci a modificarlo, rischiamo che crolli tutto.»
E allora accade qualcosa di terribile. Ogni gesto difensivo dell’uno comincia ad apparire offensivo all’altro. Un riarmo viene interpretato come preparazione all’attacco. Un’alleanza difensiva come accerchiamento. Una base militare come minaccia. Un’azione per proteggere un alleato come interferenza. Un tentativo di contenimento come aggressione. E ogni risposta alla paura dell’altro produce una nuova paura. È un loop. È la vera trappola.
E POI C’È MELOS
Forse il punto più terribile della riflessione di Tucidide è una piccola isola. Melos. Siamo nel 416 a.C. Atene è all’apice della propria potenza. Melos è una piccola isola neutrale, legata al mondo spartano. Gli Ateniesi la assediano. I Melii cercano di appellarsi alla giustizia, alla neutralità, alla ragione.
E Tucidide mette in scena un dialogo che è diventato uno dei testi più brutali della storia politica. Gli Ateniesi, in sostanza, dicono: «La giustizia si applica tra pari; quando le forze sono diseguali, i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.» Melos viene conquistata. Gli uomini vengono uccisi e donne e bambini ridotti in schiavitù.
Perché Tucidide racconta tutto questo? Perché Melos rappresenta qualcosa di più della semplice brutalità militare. Rappresenta il momento nel quale una potenza comincia a confondere la propria forza con il proprio diritto. Atene, la città della democrazia, della filosofia, della tragedia, di Pericle e dell’Acropoli, mostra improvvisamente il volto dell’impero.
E quasi subito arriva la catastrofe. L’anno successivo Atene intraprende la disastrosa spedizione in Sicilia. L’ambizione si trasforma in sovraestensione. La sicurezza in arroganza. La potenza in hybris. E la hybris, nella tragedia greca, non è mai semplicemente un difetto morale. È l’errore politico di chi crede che la propria forza lo abbia reso immune dai limiti della realtà.
WASHINGTON E PECHINO: IL RITORNO DELLA DOMANDA DI TUCIDIDE
E allora torniamo a Trump e Xi. Oggi le coordinate sono completamente diverse. Non c’è più il Mar Egeo. Non ci sono più le triremi ateniesi. Non c’è più Sparta. Ma esiste una nuova competizione tra una potenza dominante e una potenza emergente.
Gli Stati Uniti rimangono il principale centro politico, militare, finanziario e tecnologico dell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. La Cina è diventata una potenza economica, tecnologica e militare di dimensione globale e contesta sempre più apertamente alcuni aspetti dell’ordine esistente. Il Pacifico è diventato il nuovo grande spazio strategico. Taiwan è uno dei punti nei quali gli interessi delle due potenze possono entrare più pericolosamente in collisione.
La competizione sui microchip e sulle tecnologie avanzate è diventata una competizione per il potere economico e strategico del futuro. Il Mar Cinese Meridionale è uno dei teatri nei quali la presenza militare e gli interessi strategici delle due parti si incrociano. E l’intelligenza artificiale apre una dimensione che Tucidide, naturalmente, non avrebbe potuto neppure immaginare. Durante il recente incontro di Washington, proprio l’intelligenza artificiale, insieme al commercio e alla sicurezza, è entrata nel tentativo di costruire nuovi canali di comunicazione e gestione delle crisi. È un dettaglio apparentemente tecnico. In realtà è forse uno degli aspetti più importanti.
Perché nella logica della Trappola di Tucidide la prima cosa da evitare non è soltanto la guerra voluta: è la guerra che nasce da un errore di calcolo. Un incidente. Un missile interpretato male. Una collisione navale. Una crisi a Taiwan. Un attacco informatico. Una risposta sproporzionata. Una decisione presa pensando che l’altro farà marcia indietro. È così che una crisi locale può trasformarsi in una crisi sistemica.
MA TUCIDIDE NON È UN PROFETA
Ed è qui che bisogna stare attenti. La grandezza di Tucidide non consiste nell’aver previsto il futuro. E neppure quella di Allison. La ricerca storica può offrire schemi, non copioni già scritti. Dodici guerre su sedici sono un dato che deve far riflettere. Ma quei quattro casi senza guerra sono altrettanto importanti. Perché significano che la trappola può essere evitata.
La storia non dice necessariamente che Washington e Pechino combatteranno. Dice qualcosa di più sottile: quando una potenza emergente incontra una potenza dominante, gli errori diventano più pericolosi, le percezioni reciproche più importanti e la diplomazia più necessaria.
La pace, in questi passaggi storici, non è semplicemente l’assenza della guerra. È un’opera politica. Richiede capacità di adattamento. Richiede compromessi. Richiede deterrenza, ma anche comunicazione. Richiede di comprendere ciò che l’altro considera vitale. E soprattutto richiede una qualità che le grandi potenze spesso perdono proprio quando diventano grandi: l’umiltà.
IL VERO INSEGNAMENTO DI TUCIDIDE
Forse è questa la ragione per cui, a distanza di quasi 2.500 anni, continuiamo a leggere quelle pagine. Tucidide non ci dice chi ha ragione. Non ci dice che Atene era il bene e Sparta il male. Non ci consegna una formula morale. Ci mostra invece il meccanismo attraverso il quale la paura, l’orgoglio, l’interesse e il sospetto possono trascinare gli Stati oltre ciò che inizialmente desideravano.
È questa la sua straordinaria modernità. La guerra del Peloponneso non comincia perché qualcuno, un mattino, decide semplicemente: «Voglio la guerra.» Comincia perché due potenze, mentre cercano entrambe la propria sicurezza, finiscono per rendere l’altra sempre più insicura. E allora la frase di Tucidide torna a risuonare. «Fu l’ascesa di Atene e la paura che questa incusse a Sparta a rendere la guerra inevitabile.»
Oggi potremmo sostituire soltanto i nomi. Atene e Sparta. Washington e Pechino. Mar Egeo e Pacifico. Melos e Taiwan. Le triremi e i microchip. Ma la domanda rimane la stessa. Le grandi potenze possono evitare che la propria paura reciproca diventi più forte della propria volontà di pace? Questa è la domanda che accompagna i colloqui tra Trump e Xi. Ed è forse una delle domande geopolitiche più importanti del nostro tempo.
Perché Tucidide non ci ha lasciato una profezia. Ci ha lasciato uno specchio. E dentro quello specchio c’è una lezione terribile: la guerra più pericolosa non è necessariamente quella che qualcuno vuole. È quella che nessuno vuole, ma che tutti, passo dopo passo, finiscono per rendere possibile.
