Home Cinema e Teatro “Ma cosa mi dici mai?”

“Ma cosa mi dici mai?”

In ricordo di Peppino Mazzullo

by Francesca Pica
0 comments

 

«Ma cosa mi dici mai?». Basta questa frase un po’ cantilenata per spalancare una porta sulla memoria e ritrovare un personaggio che in quella memoria ha un posto d’onore: Topo Gigio. Basta risentirne la voce, quel tono infantile e un po’ sognante, per ritrovarsi improvvisamente in un tinello di tanti anni fa, con il mondo ancora tutto da scoprire e davanti a quella televisione che sembrava avere il potere di parlare direttamente a noi.

Ora quella voce ha perso il suo interprete. È morto a cento anni Peppino Mazzullo, l’attore e doppiatore messinese che per 45 anni, dal 1961 al 2006, ha dato voce a Topo Gigio. Un sodalizio lunghissimo, cominciato negli studi Rai e diventato una delle storie più curiose e fortunate della televisione italiana.

E forse è proprio questa la cosa singolare: il nome di Mazzullo poteva non essere immediatamente riconoscibile a tutti, ma la sua voce lo era. Una voce capace di trasformare un pupazzo di gommapiuma in una creatura con una personalità. Topo Gigio non era solo un topo parlante. Era timido, affettuoso, un po’ maldestro, capace di fare il bambino e, nello stesso tempo, di osservare gli adulti con quella innocente ironia che spesso li metteva in difficoltà.

Il personaggio era stato creato da Maria Perego e Federico Caldura e aveva debuttato in televisione alla fine degli anni Cinquanta, inizialmente con la voce di Domenico Modugno. Poi arrivò Mazzullo, che nel 1961 ne costruì quella voce destinata a diventare inconfondibile.

Quella frase, oggi quasi una formula della lingua italiana, nacque dalla creatività di Mazzullo, che non si considerava semplicemente un doppiatore. Diceva di essere un “vociaro”: la voce non la prestava a un personaggio già definito, la inventava. E con Topo Gigio inventava anche i testi, spesso improvvisando durante le registrazioni.

È anche per questo che Topo Gigio sembrava così vero. Aveva qualcosa che i personaggi costruiti a tavolino raramente possiedono. Quel piccolo topo con le grandi orecchie non era elegante, non era brillante, non era un supereroe. Aveva paura, chiedeva coccole, combinava guai, cercava di cavarsela. E forse proprio per questo piaceva tanto ai bambini: non chiedeva loro di essere più bravi. Parlava la loro lingua.

Ma parlava anche agli adulti. Topo Gigio attraversò la grande televisione degli anni Sessanta e Settanta, da Canzonissima allo Zecchino d’Oro, fino alle apparizioni accanto a personaggi come Raffaella Carrà. Arrivò persino negli Stati Uniti, ospite dell’Ed Sullivan Show, diventando un piccolo ambasciatore della televisione italiana.

E poi c’era Strapazzami di coccole, cantata con Raffaella Carrà: una di quelle canzoni che oggi possono sembrare ingenue e che invece contengono tutta un’epoca, quando la televisione sapeva essere popolare senza vergognarsi della tenerezza.

Il ricordo di Topo Gigio, allora, è anche il ricordo di una televisione diversa. Una televisione fatta di pochi canali, di appuntamenti condivisi, di personaggi che tornavano nelle case e diventavano quasi parenti. Non c’erano migliaia di contenuti disponibili a qualunque ora. C’era l’attesa. E forse proprio l’attesa rendeva più prezioso quello che arrivava.

Topo Gigio appartiene a quella stagione in cui un pupazzo poteva diventare una star internazionale senza perdere la sua aria da piccolo animale domestico. E Mazzullo aveva capito una cosa fondamentale: per conquistare il pubblico non serviva alzare la voce, bastava trovare quella giusta.

C’è qualcosa di commovente nel pensare che Peppino Mazzullo sia morto a cento anni, dopo aver attraversato quasi per intero la storia della televisione italiana. Aveva festeggiato il secolo di vita lo scorso giugno.

E proprio alla soglia dei cento anni aveva lasciato ai più giovani una frase che sembra quasi appartenere al suo Topo Gigio, ma che invece racconta molto bene l’uomo: «Ognuno di noi ha il divino dentro. Se lo svegli, farà cose divine». E spiegava che le cose divine sono quelle che non fanno male agli altri.

Forse è questo il modo più bello per ricordarlo. Perché quando muore la voce di un personaggio che abbiamo amato, scompare, almeno per un momento, un pezzo della nostra voce. Quella con cui abbiamo imparato a ridere. Quella di un’infanzia che credevamo dimenticata e che invece basta una frase per riaccenderla.

«Ma cosa mi dici mai?». E noi, oggi, potremmo rispondere soltanto: niente, Topo Gigio. È passato tanto tempo. Ma ci ricordiamo ancora tutto.

 

Leave a Comment