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Chi sceglie il Parlamento?

Questa è la vera questione, che non riguarda né la destra né la sinistra

by Guglielmo Scarlato
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Foto by Camera.it

 

Preferenze, premio di maggioranza, candidato premier. Tre parole che sembrano restituire potere agli elettori. Ma bisogna guardare dietro le parole. La nuova legge elettorale viene raccontata come quella che finalmente restituisce ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari. Non è così. O, almeno, non è così nella misura in cui viene raccontato.

Le preferenze riguarderanno soltanto una parte dei candidati. Per tutti gli altri continueranno a decidere i partiti: capilista bloccati e liste del premio di maggioranza. E il punto è ancora più grave: i 70 deputati e 35 senatori del premio vengono assegnati attraverso liste sulle quali l’elettore non esercita una scelta personale. Il voto per il premio può quindi portare all’elezione in blocco di candidati scelti a monte dalle organizzazioni politiche.

Perciò la domanda è semplicissima: quanti parlamentari saranno davvero scelti con una preferenza personale dell’elettore? Una quota minoritaria: non certo la maggioranza del Parlamento e, secondo le simulazioni e le contestazioni parlamentari, comunque una frazione che può ridursi intorno al 20% o anche meno, a seconda della distribuzione dei seggi.

E allora chiamare questa legge “la legge delle preferenze” è una gigantesca operazione comunicativa. Perché si prende una piccola parte di verità – l’introduzione delle preferenze – e la si utilizza per comunicare una realtà completamente diversa: che l’elettore torni a scegliere i parlamentari. Non è così. È una preferenza dentro un sistema che continua a essere largamente deciso prima del voto.

E questa non è una questione che riguarda soltanto la maggioranza di oggi. È una storia lunga trent’anni. Il Porcellum di centrodestra. L’Italicum del centrosinistra. Il Rosatellum, approvato da una maggioranza politica diversa e poi utilizzato da schieramenti diversi. Cambiano i governi. Cambiano i partiti. Cambiano i nomi delle leggi. Ma una cosa rimane: la tentazione delle segreterie di decidere chi entra in Parlamento. È questa la vera continuità della Seconda Repubblica. E oggi la si ripropone con una formula ancora più sofisticata: ti do la preferenza, ma non ti restituisco davvero il Parlamento.

Poi c’è il premio. 70 deputati e 35 senatori. Non un premio variabile, limitato a colmare una differenza necessaria per raggiungere una determinata maggioranza. Un premio fisso, di dimensioni enormi, attribuito al raggiungimento del 42% in entrambe le Camere. Il problema non è stabilire se la governabilità sia importante. Lo è. Il problema è se per ottenere la governabilità si possa alterare in misura così significativa la proporzione tra voti e seggi. La stessa Corte costituzionale ha ricordato che il legislatore dispone di un’ampia discrezionalità nella scelta del sistema elettorale, ma che soglia, entità del premio ed effetti complessivi devono rispettare ragionevolezza e proporzionalità. Qui il premio resta di 105 parlamentari complessivi, indipendentemente dalla distanza tra il primo e il secondo concorrente e dalla quantità di voti che eccede la soglia. È una correzione del risultato elettorale di dimensioni tutt’altro che marginali.

E poi c’è il premier. La Costituzione, all’articolo 92, affida al Presidente della Repubblica la nomina del Presidente del Consiglio. Questa legge introduce invece l’obbligo per le liste o coalizioni di indicare preventivamente la persona che intendono proporre per quell’incarico, prevedendo persino conseguenze sull’ammissione della lista in caso di mancata indicazione.

Si dirà: “Il Presidente della Repubblica conserva le sue prerogative.” È scritto nella legge. Ma allora bisogna spiegare una cosa molto semplice: perché rendere obbligatoria l’indicazione di un candidato premier se quell’indicazione non deve produrre alcun effetto? Se invece quell’indicazione deve produrre un effetto politico decisivo, siamo davanti a qualcosa che assomiglia molto a un’investitura popolare del Presidente del Consiglio. E questa è una trasformazione della forma di governo che non può essere realizzata surrettiziamente attraverso una legge elettorale ordinaria. Il premierato si discute e, se si vuole introdurlo, si cambia la Costituzione. Non lo si fa entrare dalla finestra mentre si dichiara che la porta è rimasta chiusa. Ecco perché questa legge dovrebbe essere discussa non attraverso gli slogan, ma attraverso una domanda fondamentale: chi sceglie il Parlamento?

Se la risposta è: gli elettori, allora devono poter scegliere realmente i loro rappresentanti. Non soltanto una minoranza. Se la risposta è: i partiti, lo si dica apertamente. Ma non si può contemporaneamente mantenere il potere delle segreterie sulle liste, attribuire loro 105 seggi attraverso il premio, lasciare bloccati i capilista e poi presentare l’introduzione delle preferenze come la grande restituzione della sovranità agli elettori. Questa è la vera questione. E proprio perché non riguarda né la destra né la sinistra, ma il funzionamento della democrazia, dovrebbe finalmente essere affrontata senza ipocrisie.

 

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