Io nel 1992 c’ero. E quella famosa sovranità monetaria me la ricordo benissimo. Ascoltando certa politica parlare oggi ancora di sovranità monetaria e dei meravigliosi tempi in cui eravamo padroni della nostra moneta, gli anni ‘70, ‘80 e ‘90 mi appaiono come una specie di Medioevo felice: un’epoca mitologica nella quale l’Italia aveva una moneta tutta sua, poteva svalutare, esportava alla grande e nessuno le diceva cosa fare. Una bella narrazione, un vero Amarcord economico del bel tempo andato.
Peccato che abbia un piccolo difetto: è fasullo… ad essere generosi è una ricostruzione parziale del passato, tale da diventare una favola. E rivela una singolare levità nel maneggiare la storia economica, tanto più quando arriva da persone che pretendono di avere ruoli politici e che dovrebbero avere -come minimo- un’infarinatura di politica economica finanziaria.
Nel 1992 ero adulto, lavoravo, pagavo le tasse e avendo fatto anche studi di economia guardavo perplesso quel che succedeva: C’ero quando i Mercati vennero a presentarci il conto e la lira precipitò, C’ero quando l’Italia fu costretta ad abbandonare lo SME, che allora chiamavamo «Serpentone monetario», C’ero quando il governo Amato dovette fare la Manovrona da 93.000 miliardi di lire… C’ero quando lo Stato, nella notte tra il 9 e il 10 luglio, mise le mani nei nostri depositi bancari e fece un prelievo dello 0,6%… e C’ero anche quando le banche imponevano interessi prossimi al 25%… Un bagno di sangue per le imprese. Non era una lezione di storia economica. Era la nostra vita.
La lira in breve tempo perse circa il 20 per cento del proprio valore rispetto al Marco, allora divisa di riferimento. La Banca d’Italia cercò di difenderla intervenendo sul mercato e aumentando i tassi. Le riserve valutarie furono pesantemente intaccate e i rendimenti dei titoli di Stato salirono a livelli che oggi sembrerebbero lunari: i BOT a tre mesi arrivarono al 16,9%, mentre i titoli decennali schizzarono al 15%… E ancora c’è chi vuole rivenderci il tempo della Lira.
- Il debito come politica economica
La Nostalgia tende a rimuovere il motivo di tutto ciò. L’Italia della Prima Repubblica aveva costruito, nel corso di decenni, un rapporto molto particolare con il debito pubblico. Ci si indebitava per non affrontare i problemi strutturali: fu il risultato di un intero sistema politico ed economico, attraversato da governi diversi, nel quale la spesa pubblica, il consenso e il debito finirono per alimentarsi reciprocamente. Craxi, Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti e poi Amato appartengono a quella storia, ma sarebbe troppo facile trasformarli nei cattivi di una favola economica.
Il problema era più profondo, si era affermato l’andazzo del “presente finanziato dal futuro”. Si spendeva, si prometteva, si rinviava. Il conto l’avrebbe pagato qualcun altro. Ma nel 1992 il futuro arrivò. E non fece sconti a nessuno. È proprio per questo che faccio fatica a seguire oggi il racconto secondo cui dovremmo semplicemente «riprenderci la nostra sovranità monetaria». Io quella sovranità me la ricordo. Era una moneta che poteva svalutarsi, erano tassi d’interesse che potevano impennarsi, era un debito pubblico da finanziare a costi elevati, era un potere d’acquisto che poteva essere eroso dall’inflazione, ed era uno Stato che interveniva con manovre fiscali straordinarie.
Non significa che la lira fosse la causa di tutti i nostri problemi. Significa una cosa molto più semplice: la Lira non era una moneta affidabile.
- La grande magia della svalutazione
C’è poi il grande argomento degli economisti della domenica: «Con la lira potevamo svalutare» Verissimo. E lo facevamo. La svalutazione può aiutare le esportazioni perché rende relativamente meno costosi i prodotti nazionali sui mercati esteri. Ma la svalutazione non crea ricchezza. Cambia solo i prezzi relativi. Se esporti può aiutarti. Se importi ti affossa. E l’Italia importava di tutto. Quando la moneta perde valore, buona parte di quello che compriamo dall’estero diventa più costoso.
Non è ideologia. È aritmetica. Ma c’è un problema ancora più interessante per i governi che non affrontano la realtà: La svalutazione diventa l’ammortizzatore delle inefficienze. Se perdi competitività perché la produttività cresce poco, puoi cercare di recuperare attraverso il cambio. Rendi più economica la tua moneta e, almeno in parte, rendi più convenienti i tuoi prodotti. Funziona. Ma
non risponde alla domanda fondamentale: perché siamo diventati meno competitivi?
Ed è qui che l’Euro ci ha rinsaviti. con l’Euro non puoi più fare il gioco delle tre carte di quegli anni; sei costretto a chiederti perché, a parlare di produttività, innovazione, energia, infrastrutture, formazione, organizzazione delle imprese, etc.
Tutte cose meno emozionanti della parola Sovranità, che riempie la bocca e svuota le tasche.
- Quanto varrebbe la nuova lira, tanto agognata?
La sovranità monetaria ha poi un altro connotato che nei racconti nostalgici viene curiosamente omesso. Avere una moneta nazionale non significa decidere quanto vale quella moneta. Puoi stamparla. Puoi chiamarla lira. Puoi metterci sopra Dante, Leonardo, pure Paperino se ti va, ma se i Mercati non si fidano, la moneta perde valore. È precisamente ciò che è successo nel 1992. E allora la parola sovranità perde poesia e diventa patetica.
La domanda non è: «Possiamo tornare ad avere una nostra moneta?» Certo che sì, possiamo. La domanda seria da fare è invece: «Che cosa succede se il mercato decide che quella moneta vale meno di quanto pensiamo noi?» È questa la domanda che la Nostalgia evita. E sarebbe bene ricordare che nel 1992 la crisi valutaria non piovve dal cielo. Arrivò dentro un Paese già gravato da squilibri finanziari e da un debito pubblico enorme: investitori e nazioni amiche dubitarono della capacità italiana di difendere la parità della lira.
- L’Europa non è il paradiso. Ma la lira non è il paradiso perduto
Questo non significa che l’Euro sia una moneta perfetta. Non lo è. E non significa neppure che l’Unione Europea sia un’organizzazione perfetta. Non lo è affatto. L’Euro ha prodotto vincitori e perdenti, ha imposto vincoli spesso discutibili, ha avuto una gestione della crisi del debito che può essere criticata e ha privato gli Stati della possibilità di utilizzare il cambio come strumento di politica economica. Tutto questo è perfettamente discutibile. Ma c’è una differenza enorme tra criticare l’Euro o raccontare che il ritorno alla lira ci restituirebbe prosperità, autonomia e competitività.
La prima è politica economica. La seconda è marketing della cialtroneria.
- Brexit:… e avevano già la sterlina
C’è un esperimento storico che dovrebbe interessare molto i nostalgici della sovranità nazionale: si chiama Brexit, e sta davanti agli occhi di tutti. Il Regno Unito non aveva l’Euro. Aveva la sterlina, moneta forte, aveva una propria banca centrale, una propria politica monetaria e una propria capacità di modificare autonomamente i tassi d’interesse. Nel 2016 decise di lasciare l’Unione Europea.
Ma non successe che la mattina dopo Londra improvvisamente tornò grande. La separazione è durata anni. Ha richiesto un accordo di recesso, soldi da restituire all’UE, un periodo transitorio e un nuovo rapporto commerciale. Gli stessi organismi economici britannici hanno valutato negativamente, rispetto allo scenario di permanenza, gli effetti di lungo periodo della Brexit su commercio e produttività. Attenzione, non significa che la Brexit abbia distrutto il Regno Unito. Sarebbe un’altra semplificazione. Significa qualcosa di molto più crudo: Uscire da un sistema di integrazione nel quale era inserito, è molto complicato pure se possiedi già una moneta nazionale. Figuriamoci se, oltre a uscire dall’Unione, avrebbe dovuto pure cambiare moneta! Infatti oggi ci sono grandi ripensamenti.
- Non esiste una macchina del tempo monetaria
Ed eccoci al punto. Il mondo nel quale vivevamo negli anni ‘70, ‘80 e ‘90 non esiste più. Non esiste più quella struttura industriale. Non esiste più quella demografia. Non esiste più quel sistema finanziario. Non esiste più quel sistema industriale. Non esiste più quel rapporto risicato fra impresa italiana e mercato internazionale: oggi una fabbrica può comprare componenti in Germania, software negli Stati Uniti, semilavorati in Polonia, energia sui mercati internazionali, finanziarsi attraverso banche appartenenti a gruppi europei e vendere il proprio prodotto in cento Paesi diversi: è Globalizzazione.
A quel punto il politico di turno può anche dire: «Riprendiamoci la lira.» Benissimo. Ma deve
anche avere il coraggio di dirci: «come». È questa seconda domanda che manca quasi sempre. Perché «usciamo dall’Euro» è uno slogan elettorale. Stabilire quale sarebbe il cambio della nuova lira, come verrebbero ridenominati i contratti, quali debiti resterebbero in Euro, come reagirebbero i risparmiatori, come si comporterebbero le banche, come verrebbero finanziate le imprese, come reagirebbero i mercati e quanto costerebbero le importazioni è politica economica.
La prima è una banalità da dire in televisione. La seconda richiede un programma. Ed è forse proprio qui che si rivela il trucco della Nostalgia. La nostalgia è una straordinaria macchina di consenso perché trasforma un problema enorme e complesso in un’immagine semplice… non devi dimostrare nulla, devi soltanto convincere qualcuno che il presente funziona male.
- Io quegli anni li ricordo tutti
E ricordo soprattutto la sensazione di un Paese che nel 1992 scoprì che il debito facile non era denaro gratis. Per questo, quando sento ancora dire qualche politico che dovremmo uscire dall’UE e tornare alla lira, la domanda che mi viene spontanea è chiedere se “Ha la macchina del tempo”. Perché possiamo cambiare moneta. Possiamo cambiare trattati. Possiamo anche cambiare istituzioni. Ma una cosa non la possiamo cambiare: il Tempo. Il 1992 è finito. Quella società non esiste più. Quell’economia non esiste più. Quel mondo non esiste più. E la liretta, per quanto possiamo idealizzarla, oggi è divenuta solo un espediente elettorale di chi non ha idee da proporre.
Perché se funzionasse sarebbe una magia economica. E la magia, almeno in economia, l’abbiamo già pagata cara. Nel 1992 furono solo 93.000 miliardi di lire. Ma poi ci fu il prosieguo fino al 2001 per mettere a posto tutto il resto.
E l’Euro non arrivò in Italia perché qualcuno a Bruxelles aveva deciso di rovinarci la vita. Arrivò perché la festa della liretta allegra dei debiti a go-go, aveva presentato il conto.
E ancora c’è chi vuole rivenderci il tempo della Lira.
Fonti principali consultate:
Banca d’Italia — Relazione Annuale sul 1992
La fonte fondamentale per la crisi della lira, la difesa del cambio, l’uscita dallo SME e il quadro economico-finanziario del 1992. Banca d’Italia — Relazione Annuale 1992
Banca d’Italia — Relazione Annuale sul 1993
La manovra correttiva da circa 93.000 miliardi di lire e le conseguenze della crisi. Banca d’Italia — Relazione Annuale 1993
Banca d’Italia — Bollettino Economico n. 19/1992
I tassi d’interesse e la tensione sui mercati finanziari durante la crisi valutaria. Banca d’Italia — Bollettino Economico n. 19/1992
BCE — Criteri di convergenza
Cosa cambia con Maastricht e quali erano le regole fiscali e monetarie alla base dell’ingresso nell’euro: deficit 3%, debito 60%, stabilità dei prezzi e del cambio. BCE — Criteri di convergenza
Office for Budget Responsibility — Brexit analysis
L’OBR stima nel lungo periodo effetti negativi rispetto allo scenario controfattuale di permanenza nell’UE. Office for Budget Responsibility — Brexit analysis
