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Domenica pomeriggio, piazza Duomo. Migliaia di ragazzi vestiti di nero, il cappuccio tirato sul volto, si danno appuntamento sui social e si muovono a piccoli gruppi tra le vie del centro di Milano. Volano pietre e petardi contro la polizia, le vetrine vanno in frantumi, un supermercato viene saccheggiato, poi un negozio di articoli sportivi, poi un altro. Qualcuno riprende tutto con il telefono e lo trasmette in diretta. Era già successo il giorno prima, ai margini di un corteo contro il carovita. Al momento i fermati risultano più di duecento, e la grande maggioranza è minorenne: ragazzini di quattordici, quindici, sedici anni, senza bandiere, senza sigle, senza una rivendicazione.
Solo due giorni prima, venerdì 16 ottobre, lo sciopero della scuola aveva acceso altre piazze: a Torino un corteo sfilava al grido di «Bruciamo tutto», a Roma diciotto poliziotti restavano feriti sotto il Ministero dell’Istruzione, a Genova le sagome della presidente del Consiglio e del ministro venivano appese a testa in giù accanto ai bidoni.
Il fuoco non è nato da noi. È arrivato dalla Francia, dove la protesta dei liceali contro classi sovraffollate, carenza di insegnanti ed edifici fatiscenti ha portato in strada centinaia di migliaia di persone, con oltre seimilacinquecento fermati e un preside aggredito davanti al suo liceo a Marsiglia. E’ arrivato dalla Spagna, dove a Barcellona una grande manifestazione per il diritto alla casa si è chiusa tra barricate, cassonetti in fiamme e una trentina di agenti feriti. In poche settimane l’Europa ha visto i suoi giovani riempire le piazze. Ma le ha viste riempirsi anche in un altro modo, lontanissimo.
Il 25 settembre, un’altra piazza. Lo Stade de France di Saint-Denis, ottantamila posti, esauriti in poche ore. Sugli spalti giovani tra i 17 e i 35 anni arrivati da tutta la Francia per una veglia di preghiera con Leone XIV. Canti, testimonianze, e poi un silenzio lunghissimo, quello dell’adorazione, che chi c’era descrive come la cosa più sorprendente della serata. Il giorno dopo, sugli Champs-Elysées, circa settecentomila persone alla Messa del Papa, tra cui tanti ragazzi che chiedono il battesimo. Il Pontefice stesso si è detto stupito dal numero di adulti che bussano alla porta della fede. E ai giovani ha detto: «Voi siete la Chiesa di oggi».
Sono la stessa generazione, cresciuta negli stessi anni. Il punto non è la protesta: è la violenza. E quello che la violenza rivela.
Quel grido di Torino: «Bruciamo tutto». Non «costruiamo», non «cambiamo», ma bruciamo. È una frase che dice molto più di quanto vorrebbe. Il fuoco appiccato a un cassonetto o a una bandiera non indica una direzione: consuma, e basta. È il gesto di chi sente di non avere nulla da perdere, perché non vede nulla da guadagnare.
Uno degli studenti romani, in corteo verso il ministero, ha spiegato che i ragazzi chiedono un futuro accessibile perché se ne sentono continuamente derubati. È forse la frase più vera di queste settimane. Dietro la rabbia c’è la percezione di un futuro che non c’è, o che appartiene ad altri. E quando il futuro manca, la violenza diventa l’unico linguaggio che sembra fare rumore abbastanza da essere ascoltato.
La violenza giovanile non propone un’idea di società, non disegna un’alternativa, non indica una meta. Esprime un vuoto, e lo esprime con disperazione. A Milano non c’era nemmeno una rivendicazione da tradire: c’era solo il saccheggio, e il bisogno di essere visti mentre lo si compiva.
Di fronte a questo disagio, la politica ha fatto quello che sa fare: lo ha usato. In Francia la sinistra radicale di Mélenchon sostiene apertamente la mobilitazione dei liceali per consolidare il proprio elettorato in vista delle presidenziali del 2027. In Italia lo schema si ripete: per una parte i cortei sono la prova del fallimento del governo, per l’altra sono soltanto «teppismo politico» da reprimere. Dopo Milano, nel giro di poche ore, il sindaco ha accusato il governo di aver mandato pochi agenti, il ministro gli ha risposto dandogli del radical chic, e c’è già chi chiede il fermo preventivo per i minorenni o vuole chiudere il dibattito sulla cittadinanza. Nessuno si è chiesto chi siano quei ragazzi, e perché un sedicenne arrivi a saccheggiare un negozio filmandosi.
Ognuno legge la piazza con gli occhiali che gli convengono. Destra e sinistra, in modi opposti, trasformano i ragazzi in un argomento: chi per legittimarne la rabbia, chi per invocare l’ordine. In entrambi i casi i giovani restano strumenti e nessuno offre loro ciò di cui avrebbero più bisogno: una ragione per sperare.
Gli ottantamila di Saint-Denis non hanno trovato una fuga dai problemi: anche loro pagano affitti troppo alti, studiano in scuole sovraffollate, guardano con apprensione alle guerre. Ma hanno trovato un orizzonte. Un senso che non dipende dall’esito della prossima manifestazione o della prossima elezione, e che proprio per questo dà la forza di impegnarsi senza disperarsi.
La fede in Cristo non è un anestetico. È una risposta alla domanda che arde anche dietro i cappucci di piazza Duomo: per che cosa vale la pena vivere? Lo scorso Capodanno, in un messaggio ai giovani di Taizé riuniti proprio a Parigi, Leone XIV li invitava a non avere paura della domanda «Che cosa cercate?», ma a portarla nella preghiera e nel silenzio.
Le due piazze di questo autunno europeo non sono due mondi opposti. Chi sfonda una vetrina in piazza Duomo e chi si inginocchia allo Stade de France hanno la stessa età, la stessa sete, lo stesso bisogno di sapere che la loro vita conta.
Ai ragazzi incappucciati non basta la condanna, e non serve la strumentalizzazione. Serve qualcuno che abbia il coraggio di proporre loro qualcosa di più grande della rabbia. Gli ottantamila di Saint-Denis sono la prova che questa proposta esiste, e che può ancora affascinare un ventenne. Sta agli adulti, alla scuola, alla politica, fare in modo che arrivi fin dentro le altre piazze.
