Sarà a metà novembre, date e percorsi ancora da precisare. Da diverse parti d’Europa si muoverà una flotilla per Kyiv. Non punterà su San Pietroburgo o sulla Crimea, non oserà sfidare l’autocrate del Cremlino. Sapete, criminale di guerra Netanyahu, criminale di guerra Putin, ma quest’ultimo non ci va tanto per il sottile. Chi osasse avvicinarsi ai suoi confini rischierebbe seriamente di vedersi arrivare sulla testa una bomba a grappoli sfuggita al ‘controllo’ degli artiglieri addetti al lancio. La flotilla che porterà aiuti a Kyiv – soprattutto stufe, generatori di elettricità, coperte e altro per poter fronteggiare il terribile inverno che si prospetta – si fermerà perciò a Leopoli, ai lembi occidentali dell’Ucraina, confini con la Polonia.
Il convoglio, partendo da Nord, Centro, Sud Ovest e Sud Est d’Europa, si aggregherà in Polonia, ai confini con l’Ucraina. Il ramo Nord si muoverà dalla Norvegia e raggiungerà il raduno dopo aver attraversato la Svezia; il ramo Centro partirà da Londra e, via Belgio e Germania si porterà in Polonia; i rami Sud saranno due, il primo da Barcellona si congiungerà al gruppo via Francia, Svizzera e Germania; l’altro da Lecce, Bari e Milano convergerà in Polonia attraverso l’Austria e la Repubblica Ceca. Ai confini con l’Ucraina i quattro rami uniti punteranno su Leopoli. Disarmati. Queste, grosso modo, per quanto se ne sa finora, le linee direttrici.
La mobilitazione, ispirata dal gruppo parlamentare europeo The Left – per intenderci, è il gruppo di cui fanno parte tra gli altri gli italiani Ilaria Salis, Pasquale Tridico, Mimmo Lucano, Dario Della Valle e Carolina Morace – è organizzata da un raggruppamento che si è denominato European Network of Solidarity with Ukraine (ENSU). Vi aderiscono dieci grandi organizzazioni sindacali e più di cinquanta associazioni, Ong e media indipendenti europei. Oltre a numerosi intellettuali e autorevoli esponenti della sinistra europea, quali ad esempio Ilya Budraitskis, Volodymyr Artiukh e altri studiosi e militanti socialisti, che scrivono sulla New Left Review. Pur se, va detto, la storica rivista di per sé non è schierata in modo netto sull’Ucraina. Di recente si è anche costituito un Laboratorio Internazionalista Europeo che sostiene l’iniziativa.
Insomma, in Europa c’è una sinistra che non si imbarazza a dirsi radicalmente antiputiniana. Che combatte l’imperialismo che viene dall’Est alla stessa stregua di quello occidentale. E che non vuole limitarsi solo a ‘esprimere’ le proprie opinioni sui media. Vuole fare qualcosa di più, mobilitare le coscienze della sinistra europea, portare aiuti concreti e solidarietà al ‘martoriato’ popolo ucraino. C’è una sinistra per la quale i civili e i bambini ucraini non sono meno rilevanti di quelli di Gaza. È una sinistra che non si riconosce nel pacidisarmismo, che difende il diritto dei popoli all’autodeterminazione e che considera la resistenza ucraina all’invasione russa per quello che è, una lotta di liberazione nazionale. Che rivendica il diritto degli aggrediti a difendersi, armi comprese. Altrimenti, senza armi, come potrebbero difendersi? Qualcuno a sinistra non ha rimosso dalla propria coscienza che i partigiani italiani furono armati. Così come i vietcong. O i barbudos di Fidel Castro.
Dalla Scozia alla Francia sono molte le formazioni politiche e sindacali della sinistra che hanno annunciato la propria adesione e partecipazione alla flotilla per Kyiv. Lo dicevamo poc’anzi. Dall’Italia solo un sindacato autonomo, il Sial Cobas, di non chiara fama. Anche i media italiani di area democratica e di sinistra sembrano disinteressati. Ne ha parlato solo la Repubblica, mercoledì 14 ottobre scorso, a firma di Matteo Pucciarelli. Desolante.
A quarant’anni dal Berlinguer dello strappo con Mosca, la sinistra italiana è ancora riluttante a schierarsi senza se e senza ma dalla parte degli aggrediti quando e se gli aggressori non sono americani o filo USA. E magari quando gli aggrediti chiedono aiuto all’Occidente. È quella stessa sinistra italiana che un paio di anni fa, sulla scorta dell’assassinio di Mahsa Amini in Iran, si era mobilitata a favore dei diritti delle donne e della libertà del popolo iraniano – Donna, Vita, Libertà il nome del movimento – e che poi ci mise 24 ore ad abbandonare donne e popolo iraniani a se stessi per riprendere i consueti slogan antioccidentali. Fino, a volte, a inneggiare ad Hamas.
Pesano anche le imminenti elezioni politiche. Se l’orientamento di buona parte dell’elettorato di sinistra, magari senza sbandierarlo con troppa enfasi per un minimo senso del pudore, è filo Putin perché perderne i voti? E allora dai, non ci si divida. Sulle armi, ad esempio, il campo largo pare abbia finalmente trovato l’intesa: melius silere quam loqui. Nello stesso tempo si prende atto che gli Yankees are going home da sé, propria sponte; e che ora, senza il loro supporto, noi europei siamo in balia degli eventi, senza adeguate autonome capacità difensive. Si chiede quindi la formazione di Forze Armate Europee. Giusto, più che sensato, è un’esigenza ineludibile. Eppure, queste Forze Armate autonome europee dovrebbero in tempi rapidi sostituire con propri armamenti le armi USA ritirate dall’Europa. Ma, quando si parla di ri-armo dell’Europa, ecco la sinistra a protestare: basta riarmo, piuttosto soldi alla sanità e ai salari. E l’esercito europeo con cosa lo armiamo, con le fionde e le pietre di David?
