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In ricordo di Antonio De Simone

L’Archeologo interprete del Genius Loci del Vesuvio

by Federico L.I. FEDERICO
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Per chi, come me, non è abituato a scrivere “coccodrilli” per tenerli pronti all’uso, la morte improvvisa di una persona nota non lo mette in allerta come giornalista. Epperò l’arrivo di un messaggio del direttore di questo giornale, Gente e Territorio, che mi chiedeva di scrivere sul professore Antonio De Simone, gran calibro dell’Archeologia napoletana, mi ha spinto a rispondergli che lo avrei fatto.

E mi è scappato di precisare: “E’ un amico che conosco dal 1978”.

Ma io, come detto, non avevo per lui il “coccodrillo” pronto, anche se da due o tre anni Antonio De Simone appariva smagrito e stanco, senza i lampi di genialità verbale e intellettuale che lo caratterizzavano illuminandone il sorriso accattivante e aperto. Quindi, piuttosto che elencare i tanti traguardi e incarichi di prestigio ricoperti – che saranno riportati in tutti gli articoli agiografici che si scrivono “in mortem” – ho deciso di tratteggiarne le virtù private e le grandi doti amicali di disponibilità inesauribile al dialogo.

Nello stesso momento in cui ho dato la mia disponibilità a scrivere l’articolo, mi è venuto in mente che dall’anno 1978 – in cui mi incontrai per la prima volta con antonio De Simone – sono passati quasi cinquant’anni. E che in questo mezzo secolo non si è mai verificato tra Antonio De Simone e chi scrive uno “scazzo”, un contrasto più o meno duro, un moto di acredine che sia durato più di un attimo, nonostante che i marosi delle nostre due vite ci hanno messi in condizione di confrontarci più volte: lui archeologo operante presso le Soprintendenze e docente universitario, io architetto prima Coordinatore delle Soprintendenze Archeologiche di Napoli e Pompei e poi libero professionista.

Proprio lui, Antonio, nei successivi anni Ottanta mi aveva sostituito come Coordinatore dei Fondi FIO-BEI per gli Scavi di Pompei, da me proposti e progettati con Stefano De Caro, oggi illustre archeologo, nato dalla stessa nidiata vesuviana di De Simone.

E ancora lui, Antonio, aveva, grazie a quell’incarico, affiancato a Pompei e, quindi, a Napoli, il mio maestro, Roberto Di Stefano docente di Restauro tra i massimi d’Europa, mentre io mi allontanavo da quel mondo, una volta anche mio, per seguire il mio istinto inquieto, con la vela al vento verso differenti lidi e obiettivi. 

Antonio De Simone, però, trovava sempre il tempo per riservati scambi di opinioni tra noi due, passato e presente, per ottimizzare metodologia e sperimentazione, pervenendo a risultati ottimali senza iati, nell’azione della Conservazione del Patrimonio Archeologico pompeiano, che ha trovato poi nella grande capacità divulgativa di Alberto Angela – che lo volle come primo interlocutore – vette di consenso planetarie.

Nella Città di Pompei, insieme all’inseparabile Umberto Pappalardo, docente universitario anch’egli presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, De Simone ha avuto modo di operare stabilmente presso organi e sedi comunali, istituendo un Centro Studi, un Punto Unesco insieme al prof. Maurizio Di Stefano e a chi scrive, costruendo ponti di dialogo con il Santuario Pontificio, in particolare durante la presenza del Prelato Pontificio Mons. Domenico Sorrentino, vesuviano doc anche lui, con cui Antonio – insieme a chi scrive – sognò il riscatto del grande Palazzo dell’istituto Sacro Cuore, ancora oggi in malinconico abbandono.

Insomma, per dirla in breve, con Antonio non era possibile scontrarsi. Ben più possibile, invece, incontrarsi, come quando volle chi scrive nel ruolo di Assessore all’Urbanistica nella amata Somma Vesuviana, per sostenere le attività produttive di lavorazione e conservazione dei prodotti alimentari e agricoli.

Uno studioso, quindi, aperto al Dialogo. Questo è stato l’archeologo Antonio De Simone. Era possibile sempre dialogare con lui, anche da posizioni opposte, per arrivare a conclusioni condivise. Perché con Antonio De Simone non ci si poteva scontrare, in quanto il dialogo era sostenuto dalla sua capacità di convincere l’interlocutore, senza abbandonarne l’alveo del rispetto dell’intelligenza.

Diciamo pure che Antonio De Simone era l’archetipo dell’intellettuale di quel mondo cattolico che si raggrumò a partire dal dopoguerra intorno alla Democrazia Cristiana, aprendosi anche a coloro che affermavano allora di “non volere morire democristiani”, capaci di coniugare Fede e Politica, ma che oggi farebbe carte false per avere interlocutori di tal genere e qualità.

Non posso chiudere però questo mio articolo, senza indicare in Antonio De Simone – che incarna per eccellenza le doti di indagatore del Genius Loci vesuviano – colui che da solo ha sostenuto e proposto lo scavo archeologico condotto poi dall’archeologo giapponese Masanori Aoyagi.

Da circa un quarto di secolo grazie all’impegno continuo di Antonio De Simone si sta scavando la cosiddetta Villa di Augusto a Somma Vesuviana, la quale si va rivelando un complesso monumentale di straordinario interesse, capace di riscrivere la Storia dell’area a monte del Vesuvio, che proprio lui conosceva meglio di ogni altro. Riposi in pace, ora.

 

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