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Elezioni del Mid-Term, ultimo miglio

La sfida impossibile tra le sfere di cristallo e l’attesa spasmodica

by Guido S. Mondino
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L’Autore è un imprenditore e scrittore italo-canadese

 

A quattro giorni dal voto del 3 novembre, l’America va alle urne con un presidente impopolare, le due Camere in bilico e un clima di sospetto sulle regole stesse del gioco. Si rinnovano i 435 seggi del Congresso e 35 dei 100 del Senato: se i democratici dovessero conquistare anche una sola Camera, le bizzarrie di Donald Trump dovranno fare i conti con dei ritrovati check and balances.

Sappiamo tutti molto bene che dei sondaggi e delle “sfere di cristallo” occorre diffidare, ma sul probabile assetto futuro del Congresso tutti i modelli concordano: per citarne giusto alcuni, Decision Desk HQ prevede 238 seggi per i democratici (per la maggioranza ne occorrono 218), mentre Poliwave ne pronostica 230.

Bravi i sondaggisti! Si spera, però, che non abbiano dimenticato che per il Congresso il discorso potrebbe complicarsi a causa del gerrymandering (circoscrizioni ridisegnate) in nove Stati chiave nei quali, su ovvia spinta di Donald Trump, le elezioni si terranno in collegi “manipolati” a uso e consumo del GOP, molto diversi rispetto al 2024. Grazie a questo giochetto, il Texas punta a strappare cinque seggi ai democratici, seguito in misura minore da Florida, Ohio, Carolina del Nord e Tennessee. Per reazione, la California ha risposto con la Proposition 50, spostando cioè cinque circoscrizioni verso i democratici, mentre in Virginia un identico contrattacco dei Dem è stato annullato dai giudici. Bel guazzabuglio, eh?

Tuttavia, la vera partita si gioca al Senato: sempre secondo alcune sfere di cristallo, i democratici avrebbero (il condizionale qui è più che d’obbligo) circa il 58% di probabilità di ottenere 51 seggi, ossia la maggioranza. Se ci sperate, vi consiglierei di evitare di scommettere su tale esito: ci si muove su un filo molto sottile, intessuto con incognite e incertezze.

Si parte da una situazione in cui i repubblicani hanno un vantaggio di 53 seggi a 47 e va da sé che i Dem, per rovesciare il tavolo, hanno bisogno di guadagnarne quattro. Qui torniamo alle sfere di cristallo: secondo le proiezioni di RealClearPolitics il partito dell’asinello sarebbe davanti in ben cinque Stati – attualmente in mano repubblicana – ma solo in uno di questi gode di un margine solido. In Carolina del Nord, l’ex governatore Roy Cooper stacca di circa dieci punti il candidato repubblicano Michael Whatley. In Ohio, nella suppletiva per il seggio di JD Vance, Sherrod Brown precede di tre punti il senatore nominato Jon Husted. In Texas, dove i democratici non vincono un seggio al Senato dal 1988, James Talarico è avanti di meno di due punti su Ken Paxton. In Alaska (Mary Peltola contro Dan Sullivan) e nel Maine (Troy Jackson contro Susan Collins) lo scarto tra i due fronti è di circa un punto. Lo vedete anche voi: Carolina del Nord a parte, si tratta di veri testa a testa in cui il margine d’errore dei sondaggi può far svanire, in un batter di ciglia, i sogni dei democratici in Texas, Ohio, Alaska e Maine.

Seppure il clima nazionale sia decisamente avverso all’inquilino della Casa Bianca, giunto a punti di gradimento infimi, incertezze e incognite la fanno da padrone. Lui, The Donald, l’ha messa sul piano del referendum su sé stesso – facendo una maratona elettorale in appoggio ai suoi accoliti negli Stati in bilico – e questo potrebbe rivelarsi un boomerang di proporzioni gigantesche. Viene quasi da ridere: si assiste ad assurdi balletti della mattonella in cui molti candidati repubblicani, di fronte ai propri elettori tentano di distanziarsi da Trump, cercando nel contempo di non farsi sentire dal padre-padrone che, si sa, è un tantino vendicativo.

Alla fin fine, lo scenario che oggi appare come il più probabile è un’onda democratica al Congresso mentre al Senato il GOP manterrebbe una risicatissima maggioranza di un solo seggio. Quanto basta per creare una situazione di paralisi pressocché totale.

Non aspettatevi di svegliarvi il giorno di San Carlo con titoloni e certezze su giornali e testate. Anzi, prepariamoci, perché la notte elettorale sarà lunga, magari durerà giorni o settimane. A meno di maremoti cataclismici, il verdetto potrebbe restare sospeso per un bel po’. In California il voto per posta si conta per giorni, in Alaska il sistema preferenziale può richiedere settimane, e in Georgia e Louisiana in caso di parità si andrebbe al ballottaggio in dicembre.

È proprio in questa finestra di incertezza che si giocherà la battaglia sulla legittimità del voto.

Abbiamo già visto, qui e là, sprazzi della strategia della Casa Bianca per interferire con il voto: mosse che hanno coinvolto operazioni dell’ICE, oppure il tentativo di blocco delle schede inviate per posta o, ancora, la requisizione di macchine elettorali. Andiamo con ordine.

La legge federale vieta agenti armati ai seggi, e il 28 ottobre il Dipartimento di Giustizia ha dichiarato in tribunale che FBI e ICE non faranno da osservatori elettorali. I segnali restano però ambigui: il segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ammette interventi in caso di minacce o incidenti: falso! Durante le primarie si sono viste operazioni delle squadre ICE vicino ai seggi in Texas e California. Il rischio realistico non è un dispiegamento di massa, ma episodi locali capaci di scoraggiare l’affluenza (soprattutto di elettori ispanici o neri).

Sul voto per posta Trump ha già perso: la Corte Suprema ha bloccato per queste elezioni il suo ordine esecutivo del 31 marzo. Anche l’abolizione delle macchine per il voto elettronico è rimasta una promessa: il voto lo organizzano gli Stati, almeno per questa tornata ancora.

Dunque… tutto a posto, nessun rischio che The President ci metta lo zampino?

Eh no! Il fronte vero è quello giudiziario. Il Dipartimento di Giustizia ha già contestato circa 20.000 schede in California e chiesto in via preventiva di bloccare la certificazione in Alaska se il candidato repubblicano Sullivan perdesse, accusando i democratici di aver favorito un candidato omonimo (che però si presenta come indipendente). Paradosso di The Donald: “Se vince il nostro Sullivan, il voto è regolare. Ma se vince Mary Peltola, allora vuol dire che le elezioni saranno state truccate e quindi non saranno valide”. Ridete se volete, all’assurdo non vi è limite. Da parte sua, il poco rassicurante Ministro della giustizia Todd Blanche (ex avvocato personale di Trump, guarda un po’!) nega intenzioni di interferire, ma allo stesso tempo non esclude interventi in caso di “scenari estremi”. Nessuno ha capito cosa definisca tali estremi.  

In uno dei suoi sproloqui, Trump ha dichiarato che accetterà il risultato se le elezioni saranno oneste: cosa intenda per onestà non lo sa neanche lui, ma è singolare sentir parlare di onestà da un condannato per truffa e altri reati (sic!). E infatti, sette americani su dieci dubitano che lo farà. Denunce di brogli e ricorsi negli Stati in bilico terranno banco sui notiziari per svariati mesi, sempre che Trump non invochi l’Insurrection Act (se vi fossero incidenti e sommosse, spontanei o provocati ad arte si vedrà) e sempre che poi a gennaio Mike Johnson non giochi al broglio delle nomine degli eletti con un nuovo Clerck del Congresso addomesticato (ne avevamo scritto qui).

Se dovessero incassare una batosta elettorale, a Washington non se ne staranno con le mani in mano, perché il Congresso a maggioranza democratica avrebbe il potere di citazione: commissioni di indagine su corruzione e affari di famiglia del presidente, sulle criptovalute, sulla guerra con l’Iran, sui misfatti ICE, sui files Epstein mai morti ma solo oscurati (per adesso), e via andare. Trump stesso prevede che i democratici troveranno un motivo per metterlo sotto accusa, ma una condanna resta assai improbabile perché per l’impeachment occorrono i voti di due terzi del Senato.

Più realisticamente, il Ciuffo-in-Chief ridotto ad anatra zoppa, per governare ricorrerà a un uso ancora più smodato di decreti esecutivi, invocando poteri di emergenza e veti, adducendo motivi di “sicurezza nazionale”, che vuol dir tutto e nulla in quanto, ancora una volta, siamo in presenza di un concetto i cui confini non sono mai stati definiti con certezza.

Sempre che, in caso di sconfitta, i Proud Boys, gli Oath Keepers e le altre milizie rivoltose di estrema destra restino zitte e buone, lo scontro si sposterà nei tribunali, inclusa la Corte Suprema nella quale Trump vanta sei giudici conservatori su nove.

Benvenuti al casinò di Las Vegas: mettete le vostre fiches dove più vi aggrada. La ruota gira. Rien ne va plus.

 

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