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Il gatto di Schrodinger e l’economia italiana

speriamo siano ancora vivi

by Paolo Gravagnuolo
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L’economia italiana negli ultimi tempi (Matteo Renzi direbbe ai tempi di Giorgia) sembrerebbe possedere le stesse caratteristiche del celebre paradosso proposto dal fisico Schrodinger a proposito del gatto nascosto in una scatola: è vivo o è morto? Secondo lui si possono legittimamente affermare entrambe le ipotesi e solo aprendo la scatola per accertarcene avremo la risposta.

Ora è evidente che il Governo, che peraltro può vantare un ottimo e accorto Ministro dell’Economia e delle Finanze come il bocconiano Giancarlo Giorgetti, nelle comunicazioni ufficiali riesce a elencare una serie “invidiabile” di successi in tale campo, che spaziano dalla crescita dell’occupazione a livelli mai toccati in precedenza alla “tenuta” del nostro export, malgrado un’epoca di scellerati dazi e di evidenti fibrillazioni di stampo protezionistico provenienti specialmente da oltreoceano. Anzi, nel primo semestre del 2026, l’export è risultato in crescita del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2025 (addirittura del 5,8% rispetto ai Paesi entra UE, con un particolare incremento verso gli USA) e bisogna segnalare con soddisfazione per noi meridionali che sud e isole hanno contribuito con un lusinghiero 6,5%; il nord-est con il 3,1%; il nord-ovest con il 2,9% e il centro, purtroppo, con un saldo negativo di -1,6%. Ma il mese di settembre ha visto un preoccupante rallentamento, con l’export in calo e l’import in crescita, e già a luglio l’export era cresciuto del 4,7% in valore ma era diminuito dell’1,7% in volume: un saldo dovuto in pratica a una maggiorazione dei prezzi a fronte di una diminuzione delle quantità delle merci esportate. E non si può negare che vi sia una complessiva crisi industriale, accompagnata da una stagnazione del PIL fermo a crescita zero nel terzo trimestre dell’anno in corso (era allo 0,2% nel secondo trimestre).

Insomma, vi sono altrettanti dati macro e microeconomici di segno completamente opposto a cominciare dal costo dell’energia che grava sul nostro sistema produttivo (costo tra i più cari dell’occidente), fino ad arrivare al decollo recente dell’inflazione, che rischia di vanificare perfino l’oggettivo successo della diminuzione per lungo tempo del differenziale con lo spread tedesco (con performance migliori della Francia, ma purtroppo di recente anch’esso di nuovo in rialzo). Inoltre, vi sono i salari quasi congelati (malgrado timidi aumenti concordati in diversi ambiti lavorativi) che non riescono a recuperare potere d’acquisto e sono tra quelli con prospettive peggiori nella Comunità europea e a questo dato, già poco entusiasmante, si aggiunge quello del debito pubblico tra i più elevati in assoluto.

Ha ragione chi vanta le fortune ottenute dall’Italia grazie al più duraturo Governo repubblicano o chi paventa una situazione sostanzialmente di stallo con percentuali di crescita pari a poco più dello zero e comunque inferiore o pari alla media europea, nonostante il flusso dei fondi Next Generation EU per il PNRR?

Sono maggiori i segnali di crescita capaci di suscitare ottimismo o l’incidenza della crisi in atto in tanti settori economici e industriali con possibili ripercussioni di ulteriori crisi, come nella metallurgia?

Le tensioni sociali crescono rapidamente, mentre il nostro Paese si avvia verso le Elezioni politiche previste nella primavera del 2027; si dirà che tutto dipende dalla contrapposizione in chiave squisitamente elettorale. Eppure, sarebbe davvero moto utile capire se il gatto nascosto nella scatola è vivo o è morto, o per meglio dire se può godere di un’ottima salute o presenta segni inequivocabili di una malattia difficile da curare.

Onestamente non vorrei che si corresse il rischio di fare il gioco del “pacco”, che magari come insegnava un celebre film di Nanni Loy poteva essere un ingegnoso metodo per sbarcare il lunario da parte dei nullatenenti, ma un tale comportamento in tutta evidenza non si addice ad una Nazione che fa parte stabilmente del G7.

Se perfino il Presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha lanciato l’invito a non destinare inutili fondi a pioggia nella prossima Finanziaria, per non correre il rischio di non “salvare” i settori veramente in difficoltà, e lo stesso Ministro Giorgetti ha invitato tutti a non discostarsi dalla “salutare” tenuta dei conti, evitando pericolose fughe in avanti con l’aggravio esiziale dei conti pubblici, vuol dire che forse la situazione è più complessa di quanto la si vuole dipingere con tinte così idilliache e delicate.

Ugo La Malfa, un politico sempre attento alla salute dell’economia, avrebbe apprezzato tali saggi moniti e si sarebbe speso per presentare una Finanziaria in grado di rilanciare il sistema Paese e la nostra industria, anche per rafforzare il ruolo dell’Italia in ambito europeo. Magari, nei correttivi da apportare in Parlamento prima che venga approvato il consueto maxiemendamento di fine dicembre, si potrebbe “attenuare” l’evidente disparità di trattamento riservato alla tassazione delle partite IVA spostando (pare) il regime forfettario da tassare al 25% fino alla soglia dei centomila euro, rispetto ai redditi complessivi di chi è senza partite IVA non superiori a sessantamila euro da tassare al 33%. Nonostante pure per questi ultimi vi potrebbe essere un risparmio perché prima tale scaglione si fermava ad una soglia minore, una tale differenza di trattamento sembra tanto un evidente spot elettorale, piuttosto che un provvedimento improntato alla perequazione sociale e alla progressività della pressione fiscale così come le prevede la nostra Costituzione.

Speriamo solo, per il bene di tutti, che la nostra scatola (speriamo non pacco) dimostri di avere un gatto ancora vivo!

 

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