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Leone XIV sovrano a Roma, elettore in Illinois

alle elezioni di metà mandato degli Stati Uniti

by Mario Bianchi
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Will County

 

Avrà chiuso e spedito con le sue mani la busta con il suo voto? Questo non ci è dato saperlo. La notizia certa è che il 30 ottobre la Sala Stampa vaticana ha confermato che Leone XIV ha votato per posta alle elezioni di metà mandato degli Stati Uniti, in programma il 3 novembre. Il Papa aveva chiesto la scheda il 3 ottobre, tramite l’ufficio del clerk della contea di Will. Risulta registrato con il suo nome di battesimo, Robert Francis Prevost, a un indirizzo di New Lenox, sobborgo a sud-ovest di Chicago.

Nessuna forzatura giuridica. Negli Stati Uniti la cittadinanza si perde solo con una rinuncia volontaria ed esplicita, e Prevost non vi ha mai rinunciato. Chi vive all’estero può continuare a votare per posta finché mantiene il proprio indirizzo elettorale, e il voto per le cariche federali è comunque tutelato dalla legge. Il Vaticano ha motivato il gesto con la cittadinanza, non con il ruolo: il Papa, si legge nella nota, crede nel «diritto e nel dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici».

Il caso è eccezionale per un papa, ma non del tutto per un capo di Stato. Altri leader stranieri hanno avuto anche la cittadinanza americana e vi hanno rinunciato per scelta politica, non per obbligo di legge. Valdas Adamkus lo fece nel 1998, poche settimane prima di insediarsi alla presidenza della Lituania. Il presidente somalo Farmaajo la lasciò nel 2019, a metà mandato. Leone XIV, invece, la cittadinanza l’ha tenuta e continua a usarla.

Per Prevost il voto non è una novità. Prima dell’elezione al soglio pontificio aveva chiesto la scheda democratica alle primarie del 2008 e del 2010, quando era registrato nella contea di Cook, a forte maggioranza democratica. Aveva poi scelto quella repubblicana nel 2012, nel 2014 e nel 2016, dopo aver trasferito la registrazione nella più conservatrice contea di Will. In Illinois non ci si iscrive a un partito: alle primarie si sceglie solo la scheda. Molti di quei voti sono stati espressi dall’estero: da Roma, dove fu priore generale degli Agostiniani, e poi dal Perù. Il Vaticano ha precisato che anche negli anni peruviani votava «ogni volta che ne ha avuto la possibilità».

Non tutti, però, hanno applaudito. C’è un aspetto che il cittadino Robert Prevost sembra non aver considerato: il Papa è segno di unità, e la sua partecipazione al voto, pur restando segreta, rischia di incrinarla. Ma per un papa agostiniano, come ha osservato Mattia Ferraresi su QN, votare può essere più un’applicazione della visione del vescovo di Ippona che una contraddizione. La città degli uomini e la città di Dio restano mescolate fino alla fine della storia: il cristiano partecipa alla vita pubblica senza farne il proprio orizzonte ultimo, evitando sia il disimpegno sia l’assolutizzazione della politica.

A quanto risulta, nessun papa aveva mai votato prima: né Giovanni Paolo II alle elezioni polacche, né Benedetto XVI a quelle tedesche, né Francesco a quelle argentine. Comunque la si pensi, quello di Leone XIV resta dunque un gesto inedito, destinato a far discutere.

 

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giuliano 3 Novembre 2026 - 11:00

Bravo, è un testo aperto ad una riflessione.

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