Home In evidenza Analisi a caldo dopo le elezioni del Midterm

Analisi a caldo dopo le elezioni del Midterm

Stallo e lunghi coltelli

by Guido Mondino
0 comments

L’Autore è un imprenditore e scrittore italo-canadese

 

Chi lo avrebbe mai detto? Una débâcle di proporzioni insperate, due schiaffoni al populismo infantile di Trump che risuoneranno come l’eco endecassilabo in Val Graglia. Mentre si prepara questo articolo, lo spoglio delle schede non è ancora terminato in nessuno Stato, ma lo sapete già: la prevalenza assoluta dei Dem è accertata. Il partito dell’Asinello ha conquistato 54 seggi al Senato (strappandone 7 ai Repubblicani) e 237 al Congresso (togliendone 29 ai rivali), sradicando baluardi repubblicani come Iowa, Kansas, Texas, Ohio, Maine, Carolina del Nord e Carolina del Sud. In Texas e Kansas, i repubblicani mantenevano seggi senza opposizione rispettivamente da 38 e 94anni. Una Caporetto.

Rimangono due sfide aperte: Mississippi e Alaska. Nel primo, al momento attuale il testa a testa vede entrambi i candidati al 48,9%, e non vi saranno certezze per almeno due giorni ancora. Idem in Alaska, dove però non avremo dati sicuri prima del 18 novembre e qui, in caso di parità, si andrà al ballottaggio il 25 novembre. Infine, per il Congresso devono essere assegnati ancora 59 seggi, ma vi sono ritardi dovuti a vari problemi di conteggio.

Bye-bye Donald, dunque? Lui si trova in un bel cul-de-sac, ma non facciamoci troppe illusioni.

Per ora, con il suo tipico piglio ambiguo, il Ciuffo Arancione sembra aver ammesso (sembra, eh? lui è sempre pronto a rimangiarsi ogni parola) la propria delusione sul risultato, ovviamente scaricandone la responsabilità su “altri”. Alla CBS ha detto di congratularsi con i democratici e di voler lavorare con loro; a Fox ha ribattuto di non essere stato sulla scheda, incolpando i candidati “non amici suoi”. Lui è perfetto, si sa, e punta il dito altrove. Nello stesso momento, alla Reuters ha promesso il veto alle proposte “folli” dei democratici. Per ora, a differenza del 2020, nessuna particolare contestazione dello spoglio. La bomba è appena scoppiata, vedremo cosa dirà allorché le polveri si saranno diradate. Meglio aspettare prima di gioire. Il suo messaggio resta ambiguo: parole concilianti accompagnate da minacce e promesse di scontro, abbinate a una presa di distanza dalle sconfitte del suo partito. La notte dei lunghi coltelli in casa GOP verrà. A partire da domani.

E per governare? A baby-Trump non piace perdere e quindi attacca. Lo ha annunciato pubblicamente prima del voto: adotterà la strategia del veto, il suo “potere supremo”. Ipse dixit. Tanto più che, secondo lui, dopo un po’ i democratici striscerebbero ai suoi piedi, contriti, per trattare. In un certo senso i numeri lo confortano: per superare un veto occorrono i due terzi di entrambe le Camere, e i democratici ne sono lontani. Oltre al veto, Trump conserva gli ordini esecutivi, l’altro suo giocattolo preferito: si andrà allo stallo quasi totale. Ai democratici resta il controllo delle leggi di spesa (budget) e i poteri di indagine. Poca roba.

E le milizie trumpiane? Anche qui la cautela è d’obbligo: almeno per ora, nessuna fonte attendibile indica possibili piani insurrezionali, ma vi sono segnali d’allarme locali. Il CSIS (Center for Strategic & International Studies) ha rilevato che diverse sezioni dei Proud Boys hanno recentemente intensificato il reclutamento. Teniamo le dita incrociate.

Impeachment che si profila? La messa in stato d’accusa da parte del Congresso – che può farlo con maggioranza semplice non appena si insedierà, il 3 gennaio 2027 – è praticabile, ma la rimozione del Presidente rimane altamente improbabile. Per la condanna servono però 67 senatori: ai 54 democratici finora eletti dovrebbero unirsi almeno tredici-quattordici repubblicani, circa il 28% del gruppo. Tutto dipenderà dalle notti dei lunghi coltelli e da quanti regali affilati porterà Santa Claus. Al momento in cui scriviamo, non vi sono dati sugli umori individuali e nessuno è in grado di dire quanti senatori repubblicani siano fedeli a Trump fino in fondo e quanti, invece, serbino rancori mai espressi per paura del padre-padrone. Tra l’altro, diversi senatori repubblicani moderati, tra cui Collins e Tillis che sicuramente avrebbero appoggiato una destituzione, lasceranno il Senato. Senza contare che alcuni democratici, come la senatrice Tammy Duckworth, si oppongono apertamente all’impeachment. Infine, non vi sono senatori Indipendenti che possano dare una mano. Più che la sconfitta in sé, a smuovere una parte del GOP verso il voto per cacciare The Donald potrebbero essere solo eventuali nuove prove emerse dalle varie indagini (immaginate qualcosa di inconfutabile che salti fuori dai files Epstein). Iter lunghi diversi mesi e, a quel punto, si sarà già in campagna elettorale per le Presidenziali. A meno di devastanti deflagrazioni interne, attualmente sottotraccia dei radar, meglio accantonare ogni idea di impeachment.

Del resto, nemmeno si può fantasticare su una congiura di palazzo, menata da J.D. Vance appoggiato dal burattinaio Peter Thiel assieme agli oligarchi della Silicon Valley. Nulla indica che Vance stia valutando una mossa del genere: la sua strada verso il 2028 passa per la base MAGA senza la quale, oggi come oggi, nessun repubblicano può conquistare la candidatura. Nella campagna elettorale appena passata Vance è rimasto leale: 19 comizi da settembre con anche il nuovo ruolo di responsabile finanziario del Comitato nazionale repubblicano. Vero, lui ha parlato di una “salita”, aggiungendo che il risultato peserà sulla sua decisione per il 2028. Staremo a vedere, ma uno scenario in cui Vance volta le spalle a The Donald, tramite impeachment o il 25° emendamento, compare solo nei commenti d’opinione. In realtà, il rischio per Vance è proprio l’opposto: pagare il conto di un’amministrazione impopolare. Anche qui, considerata la plausibile instabilità del GOP nel futuro prossimo, la sua posizione attendista potrebbe cambiare a seconda dei bagliori scaturiti dalle lame volanti.

Visto che ne abbiamo accennato, che dire dei grandi tecnocrati schieratisi con i Repubblicani due anni fa? Di sicuro hanno investito (e perso) molto e ora rischiano indagini. Musk ha versato 445 milioni di dollari alla causa del GOP, di cui oltre 200 contro Talarico in Texas, che ha vinto comunque. Andreessen e Horowitz ne hanno spesi poco più di 116. Spiccioli, pesanti per le loro tasche, ma per i comuni mortali montagne di dollari andati in fumo. Qui ci si attende una svolta difensiva e i tecnocrati dovranno rivedere la loro strategia politica. I Dem vogliono far testimoniare i vertici della IA sotto giuramento, anche perché dagli elettori hanno un mandato chiaro: frenare sui data center. Ci penserà, ancora una volta, il baldo Musk, l’uomo che vuole comprare l’America, il quale minaccia di crearli per poi metterli in orbita nello spazio. Dal canto suo, Mr. Space X dovrà affrontare la rogna dei contratti federali che diventeranno sicuramente un bersaglio delle commissioni d’inchiesta. Nessuna paura, tranquillizzatevi: Trump, suo degno compare, gli ha già ventilato una grazia preventiva. E vi pareva?

Se Atene piange, Messene non ride. Eh sì, perché i lunghi coltelli compariranno anche in casa Dem. Molto della loro vittoria elettorale è dipesa dal narcisismo di Trump: “Fate come se sulle schede elettorali ci fosse il mio nome” ha fanfaronato per sei settimane nei suoi comizi negli Stati in bilico. Il più bel regalo che potesse fare agli avversari: ne ha persi sei (vedremo poi se anche in Mississippi e Alaska), senza recuperarne alcuno là dove voleva rompere le uova altrui: “Thank you, Mr. President”. Dunque, al partito dell’Asinello in qualche modo la volata l’ha tirata il bambinone-in-chief con la sua protervia. I Dem dovranno fare i conti con le tante anime interne a cui, oltre a Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, ora si aggiungono voci critiche come quella del pro-Pal Abdul El-Sayed e di James Talarico, fortemente orientato alla questione sociale e alla lotta alle disuguaglianze economiche contro grandi corporation e miliardari. Un mosaico difficile da tenere unito, un po’ come accade nel campo largo nostrano. I mal di schiena causati da secchi e mattoni per la nuova casa degli eredi di Obama sono appena incominciati.

 

Leave a Comment