In volo verso Montevideo, il 6 novembre, il Papa è stato chiaro: “Sono fiero di essere americano e sono fiero di avere esercitato un diritto.”
Il primo pontefice della storia ad aver votato in un’elezione politica non torna indietro sulla sua scelta e ne rivendica il valore. Sui risultati, che hanno consegnato il Congresso ai democratici invece, non ha voluto dire una parola: ciò che conta, sembra suggerire, non è per chi si vota, ma che si voti.
A chi gli chiedeva se avesse votato anche in Perù, Paese di cui ha la cittadinanza e dove ha vissuto vent’anni, ha risposto: “Non ho votato perché non era possibile; però l’avrei fatto, è una cosa buona”.
Perché non era possibile? In Perù non è previsto il voto per posta, e all’estero si vota al consolato solo se il documento d’identità riporta un indirizzo fuori dal Paese. Non era il caso del Papa, che per votare alle elezioni di aprile avrebbe dovuto tornare in Perù e mettersi in fila a un seggio. Un gesto troppo visibile, e forse meno opportuno, di una busta spedita per posta?
La decisione del Papa pone alla coscienza dei cattolici due questioni: la prima è la distinzione che Leone XIV sembra tracciare tra l’ufficio papale e la propria identità personale; la seconda è il valore della democrazia.
Sulla seconda il magistero della Chiesa è chiaro. Già Giovanni Paolo II, nella Centesimus annus (1991), aveva espresso con nettezza la considerazione della Chiesa per il sistema democratico: «La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (n. 46). Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa poi torna sull’argomento al n. 407 e lo precisa: «Un’autentica democrazia non è solo il risultato di un rispetto formale di regole, ma è il frutto della convinta accettazione dei valori che ispirano le procedure democratiche: la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti dell’uomo, l’assunzione del “bene comune” come fine e criterio regolativo della vita politica. Se non vi è un consenso generale su tali valori, si smarrisce il significato della democrazia e si compromette la sua stabilità». Non è forse un caso che a ricordarlo, con un gesto, sia un papa che ha scelto il nome di Leone, quello dell’autore della Rerum novarum di cui la Centesimus annus celebrava il centenario.
La prima questione, invece, è più seria. Lo storico della Chiesa Massimo Faggioli ha scritto che con questo voto “è stata superata una soglia”: il Papa deve essere, e apparire senza ombra di dubbio, super partes, una condizione che a suo giudizio è incompatibile con il voto.
Una domanda, dunque, resta: Quando ha chiuso e spedito la busta con il suo voto, il Papa ha compiuto soltanto un gesto educativo, dando un buon esempio civico? Oppure ha creato un precedente che i suoi successori dovranno gestire? E qual è, se c’è, la distinzione tra l’ufficio papale e la sua identità personale?
