Primi flash post MidTerm. Torneremo nei prossimi giorni su alcune novità finora poco esplorate dagli opinionisti. Il ruolo delle lobby arabo-musulmane nelle elezioni USA, ad esempio, è qualcosa di molto meno estemporaneo – la protesta sociale, la rivolta contro le élite o la guerra ai superprofitti dei miliardari – che pure sono tra le ragioni dell’exploit dei candidati muslim. Ne riparleremo.
Chiediamoci per ora se Donald Trump rischia davvero l’impeachment. Contro l’opinione più diffusa noi crediamo di sì.
L’America è stanca, molto stanca di quel fenomeno da baraccone che la sta portando allo scasso. E dell’America fanno parte anche i repubblicani, cioè gli elettori, gli attivisti e i dirigenti del partito di Trump. Anzi, quest’ultimi sono i più irritati nei confronti del POTUS. Con i suoi miliardi il tycoon, comprando uno a uno gli esponenti locali dei reds, si è prima impossessato del partito, per poi tentare di impadronirsi dell’intera Federazione. Intendiamoci, impadronirsene come persona fisica e capoclan, non in quanto rappresentante dei repubblicani.
Il metodo usato per prendersi il partito è molto simile a quello usuale dei mafiosi. Costoro, se gli piace qualcosa di proprietà di un altro, si presentano al proprietario con nella mano sinistra una borsa gonfia di soldi, nella destra la pistola. Al malcapitato la scelta, la borsa o la vita. Grosso modo questo è il metodo Trump. Tu dirigente del partito nello Stato tal dei tali vuoi che ti finanzi le tue campagne elettorali rinunciando al tuo libero arbitrio politico? Eccoti qualche milionata di dollari, fanne quello che vuoi. Vuoi invece mantenere la tua autonomia? Ti distruggo politicamente, finanziariamente e, se ci riesco, anche giudiziariamente. Ha così spodestato in gran parte la vecchia classe dirigente e le storiche famiglie repubblicane, diventando il padrone del partito.
In Texas, ad esempio, ha zoticamente fatto fuori lo storico governatore e senatore rep John Cornyn, un galantuomo stimato da tutti, eletto e confermato senza soluzione di continuità da trent’anni a questa parte, per sostenere alle primarie il più inviso e divisivo tra i red texani, quel Ken Paxton incriminato per frode finanziaria, soggetto a impeachment per iniziativa della Camera del Texas a maggioranza repubblicana e poi salvato dal Senato. Elon Musk aveva puntato vagonate di milioni di dollari sul truffatore Paxton che difatti aveva vinto le primarie. Al tycoon dava fastidio il galantuomo Cornyn al Senato. Chissà cosa avrebbe potuto combinargli nell’aula con la sua pretesa di autonomia di giudizio. E Paxton ha vinto le primarie, ma ha perso il voto che conta. Dopo quarant’anni di egemonia ‘bulgara’ dei repubblicani in Texas, The Donald è riuscito a far vincere al MidTerm il cattodemocratico James Talarico. Volete che i repubblicani texani lo amino ancora?
Ha fatto così in tutta la federazione. Addirittura si è rivolto con gli stessi cafonissimi metodi a tutti gli elettori: se vincerò darò a tutti un milione di dollari, se però dovessi perdere sarà guerra civile. Nella mano sinistra la borsa di dollari, nella destra la pistola, appunto.
Gli elettori non si sono fatti intimidire e lo hanno sommerso di voti per i dem. Oggi la vecchia guardia dell’elefantino, quella che da un secolo si è battuta per la guida della Federazione e del Congresso USA, umiliata, nutre sentimenti di riscatto. Non sopporta più l’arroganza del POTUS, se riuscisse a toglierselo dai piedi brinderebbe. L’impeachment non è una prospettiva irrealistica. È molto difficile, ma non impossibile.
Cominciamo da Vance, che ha già iniziato a menare calci. Nella storia degli USA mai è stato eletto Presidente uno che era stato vice del predecessore. L’ultimo trombato è stata Hillary Clinton. Dunque JD Vance sa che, quand’anche la spuntasse alle primarie e fosse il candidato repubblicano alla Presidenza tra due anni, sarebbe quasi certamente sconfitto. Con lo stigma di Trump addosso poi… Se però il Presidente fosse impeacciato – ci si perdoni il termine – lui resterebbe in carica fino a fine mandato, con i pieni poteri del Presidente. E negli eventuali mesi di sua presidenza potrebbe prendere nei fatti, in maniera credibile, le distanze dal POTUS. Sicuri che non ci stia facendo un pensierino? E con lui potrebbero riscattarsi agli occhi degli Americani anche i Rep nel loro insieme.
Ma si sa, per arrivare all’impeachment occorre che votino i due terzi dei parlamentari in entrambe le Camere. È evidente che, allo stato attuale, i numeri non ci sono. Ma non c’erano neanche nel 1974, ai tempi del Watergate che portò all’impeachment di Nixon. Peraltro defenestrato per violazioni del diritto molto meno gravi di quelle alle quali è esposto Dondald Trump.
E se è vero che per condannare un Presidente all’impeachment occorrono i due terzi dei voti nelle due Camere, è altresì vero che per avviare il procedimento basta la maggioranza semplice nella House. E questa già c’è. Poi, una volta avviato il procedimento, la sua conduzione passa nelle mani dello speaker della Camera, figura istituzionale dai poteri quasi equivalenti a quelli del Presidente. E lo speaker sarà democratico.
Fossimo nel POTUS non ci sentiremmo tranquilli, come di fatto lui non lo è. Aveva già subito due avvii del procedimento durante il suo primo mandato senza che arrivassero al voto del Senato. E fa il guascone. Proprio ieri ha dichiarato: “I’ve become pretty good at beating impeachment (sono diventato piuttosto bravo a battere l’impeachment)”. Sembra più un tentativo di esorcizzare il rischio che una certezza. Vedremo fino a che punto sarà bravo at beating impeachment, ma l’avvio del o dei procedimenti non glielo toglie nessuno. Per cominciare i dem, d’intesa con una parte dei rep hanno annunciato l’intenzione di impeacciare Pete Hegseth, il capo del Pentagono e braccio ‘armato’ del Presidente. Alla Casa Bianca cominciano a suonare le campane.
