Home In evidenza Austin, Texas, primarie in corso

Austin, Texas, primarie in corso

la partita non è chiusa in partenza

by Luigi Gravagnuolo
0 comments

 

Il 3 novembre si svolgeranno in tutti gli USA le elezioni di Midterm, forse le più attese della storia. Da Putin a Zelensky, da Xi Jinping a Mojtaba Khamenei, da Netanyahu a Erdoğan, passando per le cancellerie europee, tutto il mondo guarda alla scadenza di novembre. Chi con preoccupazione, chi con speranza.

Al momento in una trentina di Stati sono in corso le primarie. Sia per la Camera dei Rappresentanti che per il Senato, oltre che per altre autorità elettive, come ad esempio quelle dei Procuratori Generali di diversi Stati. E sia per i Dem che per i Rep. Il Texas è tra questi. Qui le primarie si concluderanno il 26 maggio, ma sono già aperte le urne per il voto anticipato da remoto, l’Early Voting, che si chiuderà venerdì prossimo, 22 maggio. Diciamo dei ballottaggi, perché invece il primo turno delle primarie si è già svolto a marzo.

Dunque il Texas, il cuore dei MAGA, dove da trent’anni i dem non prendono palla. Eppure, proprio pochi giorni fa James Talarico, deputato dem della Camera del Texas, cattolico molto impegnato su sanità e istruzione, al primo turno delle primarie a marzo ha sorpreso tutti sfangando il suo competitor con più del 50% dei voti. E ora è già in campagna per la sfida di novembre. Se la vedrà col vincente al ballottaggio delle primarie dei Rep, o John Cornyn, attuale governatore dello Stato, o Ken Paxton. I sondaggi lo danno vincente quale che sarà lo sfidante repubblicano e lunedì scorso è arrivato ad Austin per sostenerlo Obama in persona. Come si spiega questa aria nuova in Texas?

Siamo qui a un anno di distanza dall’ultima volta. Molto è cambiato e con una velocità sorprendente. Innanzitutto visivamente. Meno faccioni truci del tycoon sugli impianti pubblicitari stradali e negli uffici pubblici, meno palestrati con elmi vichinghi, tatuaggi minacciosi e cinture borchiate in circolazione. Più barboni sdraiati sulle panchine o accampati sotto i ponti.

Non che il Texas sia diventato da un anno a questa parte un paese povero. Resta pur sempre uno dei più ricchi della Federazione, quindi del mondo. Ma da un anno a questa parte il costo dei carburanti è schizzato verso l’alto. Lo ha fatto tra marzo e oggi, da quando Donald Trump ha dato avvio all’avventura in Iran. Intendiamoci, in confronto ai nostri prezzi siamo ancora nella cuccagna, ma a febbraio un litro di benzina costava 0,76€ e oggi più di un euro.

Nei supermercati si trovano ancora, e in abbondanza, i prodotti alimentari europei, italiani in particolare, qui molto apprezzati. Ma il loro costo è raddoppiato. Né ci sono alternative ‘autarchiche’ di qualità accettabile, salvo i vini californiani e poco altro. Fino allo scorso anno la gente mangiava ‘globale’ e l’impressione era che non le dispiacesse affatto, ora deve rinunciare a qualche piacere della gola.

Ieri, domenica, per la messa ho cercato la stessa chiesa cattolica dove ero stato lo scorso anno. Chiusa. Era frequentata in maggioranza da immigrati messicani e l’ICE, la famigerata milizia antimigranti, ne ha ordinato la chiusura. Sono andato perciò alla cattedrale, aperta e frequentata in maggioranza da bianchi anglosassoni. Comprensibile il disappunto della gerarchia cattolica e, a cascata, quello dei fedeli cattolici. Mica una roba da niente, sono il 22% della popolazione, circa sette milioni. E votano…

Passando alla composizione etnica, scricchiolano alcune roccaforti del voto repubblicano. La numerosa componente sino-americana, più di un milione e mezzo di persone, per decenni corteggiata dai repubblicani ai quali ha dato costanti e cospicui consensi elettorali, ora appare scettica. I MAGA si sono convinti che sottotraccia, poco alla volta, i ‘cinesi’ si stanno impossessando dei centri nevralgici del Texas e hanno lanciato una campagna xenofoba nei loro confronti. Inevitabile il disappunto dei sino-texani. 

Per non dire della componente latino-americana ispanofona. Non a caso la settimana scorsa, l’infaticabile Obama, vero leader dei Dem di tutti gli USA, ha incontrato qui ad Austin i dirigenti locali del suo partito, Talarico in testa, in un ristorante messicano, dove hanno mangiato assieme i mitici tacos, piatto identitario messicano. I latinos in Texas sono il 40% della popolazione, 12 milioni e mezzo.

La novità delle ultime ore è che anche nel campo Rep serpeggiano malumori verso Donald Trump. Lo avevano votato e sostenuto perché tirasse fuori gli USA da tutti i campi di battaglia del mondo e si ritrovano con un casinista tattico nucleare che sta coinvolgendo il Paese in nuovi conflitti, dei quali peraltro non riesce a venire a capo. La maggioranza degli Americani conservatori non è nazionalista, è isolazionista. Delle manie di grandezza e di supremazia planetaria del tycoon a loro non può fregar de meno. Vogliono ritirarsi nell’emisfero occidentale e che il resto del mondo vada per la sua strada. 

Una news di poche ore fa, effimera finché si vuole, è indicativa degli umori che serpeggiano tra la gente, ivi compresa quella tradizionalmente repubblicana. Sapete che uno degli ultimi capricci del Presidente USA era la realizzazione alla Casa Bianca di una Sala da ballo da fare invidia a Versailles. Aveva però trovato resistenze nelle autorità preposte ai controlli, il rinomato balance and power USA, e non pochi sono convinti che il misterioso attentato del 25 aprile scorso all’Hilton di Washington durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca fosse stato in realtà orchestrato da se stesso per giustificare il suo sogno di grandeur per motivi di sicurezza. Orbene Elizabeth MacDonough, il ‘Parlamentare del Senato’, carica alla quale compete la giurisdizione in materia, gli ha negato l’uso dei fondi pubblici perché non coerenti con le finalità dei capitoli del bilancio al quale il tycoon voleva attingere. Ha allora provato a realizzarla lanciando una sottoscrizione tra i suoi amici miliardari, per realizzarla con fondi privati. Ma Richard Lenon, giudice federale distrettuale, ne ha bloccato la realizzazione perché è necessaria l’autorizzazione del Congresso. Dunque, la sala da ballo dell’aspirante king per ora non si farà. E qui in Texas sono la maggioranza quelli che plaudono alla decisione e ne ridono. Anche tra i repubblicani.

Ma attenzione, non ci si fraintenda, il consenso verso il Presidente è ancora vasto. Lui è lo specchio fedele della psicologia della gran parte della popolazione texana e non solo. Se dovesse piegare la resistenza dei teocrati dell’Iran, cosa difficile ma non impossibile, e potesse dire che finalmente ha eliminato il pericolo numero uno per la pace in Medio Oriente, annunciando l’inizio dell’era della pax trumpiana, recupererebbe in un batter d’occhio i consensi ora a rischio. Non sarà perciò affatto facile per i Dem a novembre conquistare qui, in Texas, i seggi che potrebbero fare la differenza al Congresso. Tuttavia, la partita non è chiusa in partenza, come lo sarebbe stata lo scorso anno.

 

Leave a Comment