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Barbara Spinelli, quando il giornalismo era ancora un modo di pensare

oltre la cronaca, oltre la dichiarazione del giorno, oltre la polemica contingente

by Francesca Pica
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Barbara Spinelli, una delle firme più riconoscibili e autorevoli del giornalismo politico italiano, è scomparsa ieri a 80 anni. Giornalista, saggista, intellettuale, osservatrice della politica europea e internazionale, Spinelli aveva attraversato decenni della nostra storia senza mai rinunciare a una caratteristica che oggi appare quasi controcorrente: non cercare la semplificazione. Al contrario, spesso sembrava chiedere al lettore uno sforzo in più: quello di andare oltre la cronaca, oltre la dichiarazione del giorno, oltre la polemica contingente, per cercare le conseguenze profonde delle scelte politiche. Era questo il tratto più riconoscibile della sua scrittura. Spinelli non solo raccontava cosa stava accadendo. Cercava di capire perché stesse accadendo e dove avrebbe potuto portarci. Una vocazione che aveva radici profonde anche nella sua storia personale.

Nata a Roma nel 1946, Barbara Spinelli era figlia di Altiero Spinelli, tra i padri del federalismo europeo e figura centrale nella storia dell’integrazione europea, e di Ursula Hirschmann, antifascista e protagonista anch’essa della cultura federalista europea. Crescere dentro una famiglia così intimamente legata alla storia politica del Novecento, per Barbara Spinelli significò trasformare quell’eredità in una ricerca personale.

Il giornalismo arrivò presto e divenne il suo vero territorio. Cominciò al Globo all’inizio degli anni Settanta e nel 1976 fu tra i fondatori di Repubblica, partecipando a una delle esperienze editoriali più importanti del giornalismo italiano contemporaneo. Nel corso della sua lunga carriera lavorò anche per il Corriere della Sera e La Stampa, fu corrispondente da Parigi e Bruxelles e tornò successivamente a Repubblica. Dal 2016 aveva iniziato la collaborazione con il Fatto Quotidiano.

Un percorso che racconta anche la trasformazione del giornalismo italiano. Quello delle grandi redazioni, degli editorialisti che costruivano una propria autorevolezza nel tempo, delle firme riconoscibili non soltanto per il nome in fondo all’articolo ma per un modo preciso di guardare la realtà. Spinelli aveva una voce riconoscibile. Una voce spesso severa, critica, mai accomodante. Una voce non interessata a piacere a tutti e che proprio per questo conservava una sua forza.

La politica europea è stata uno dei grandi fili della sua attività giornalistica. Non poteva essere altrimenti per una donna cresciuta nella memoria di Altiero Spinelli e dentro l’idea di un’Europa che, per la sua famiglia, non era semplicemente un’istituzione ma un progetto politico e civile. Ma Barbara Spinelli non fu soltanto la figlia di un padre ingombrante. La sua storia professionale dimostra quanto abbia costruito una propria identità intellettuale, fino a diventare a sua volta una voce autorevole nel dibattito europeo.

Nel 2014 arrivò anche l’esperienza politica diretta: fu eletta al Parlamento europeo con la lista L’Altra Europa con Tsipras, esperienza dalla quale si sarebbe successivamente distaccata, rimanendo indipendente.

Fu una parentesi importante, ma è soprattutto nel giornalismo che Spinelli ha lasciato il segno più personale. Perché il suo mestiere era quello di una giornalista che considerava l’analisi una forma di responsabilità. In un’epoca nella quale la velocità sembra spesso prevalere sulla profondità, la sua scrittura apparteneva a un’altra idea del giornalismo: quella secondo cui un articolo non serve soltanto a informare, ma può offrire al lettore gli strumenti per orientarsi. E orientarsi significa accettare la complessità. Spinelli non ha mai avuto paura della complessità. I suoi editoriali richiedevano attenzione, conoscenza, disponibilità al confronto. Non offrivano necessariamente una risposta rassicurante. Proponevano una chiave di lettura.

È una differenza importante. Perché il giornalismo può diventare facilmente una gara a chi commenta per primo. Ma c’è un giornalismo diverso, più ambizioso, quello al quale apparteneva Barbara Spinelli, che prova a lasciare qualcosa dopo che la notizia è passata.

Il suo nome resterà legato anche alla storia dell’Europa, alle sue contraddizioni, alle sue promesse e alle sue crisi. Negli ultimi anni ha continuato a intervenire sui grandi temi della politica internazionale e italiana, con una posizione sempre riconoscibile e spesso fortemente critica.

Ma forse, al di là delle appartenenze politiche e delle opinioni sulle sue posizioni, ciò che oggi vale la pena ricordare è soprattutto il metodo. La convinzione che il giornalista debba studiare prima di giudicare. Che la storia conti, che le parole abbiano un peso, che dietro una decisione politica ci siano conseguenze concrete sulle persone. E che l’Europa non possa essere raccontata solto attraverso i suoi palazzi e i suoi regolamenti, ma attraverso l’idea di futuro che continua, nonostante tutto, a rappresentare.

Barbara Spinelli se ne va in un momento nel quale il giornalismo attraversa una delle sue trasformazioni più radicali. Le notizie corrono più veloci delle analisi e la competenza rischia di essere confusa con l’opinione. Per questo la sua scomparsa lascia anche una domanda sul mestiere che ha praticato per più di mezzo secolo. Che cosa significa ancora fare il giornalista? Forse significa proprio questo: avere una voce e usarla per distinguere e interrogare. E soprattutto per ricordare che dietro ogni fatto c’è una storia e dietro ogni scelta politica c’è un’idea di società. Barbara Spinelli ha fatto del giornalismo il luogo nel quale continuare a interrogare quella società.

E oggi, nel momento dell’addio, resta la sua firma. Non soltanto quella in calce agli articoli, ma quella più difficile da lasciare: il segno di chi ci ha costretto, almeno qualche volta, a pensare un po’ più a lungo.

 

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