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Benigni “necessario” e Nicoletta novella Beatrice

by Piera De Prosperis

Concedetemi qualche momento per dedicare alcune parole a una persona che è all’apice dei miei pensieri, che, come dice Dante “imparadisa” la mia mente. La mia attrice prediletta Nicoletta Braschi, alla quale non posso nemmeno dedicare questo premio, perché questo premio è suo. È tuo, ti appartiene, lo dedicherai tu a chi vorrai. Abbiamo fatto tutto insieme per 40 anni… Come si fa a misurare il tempo in film? Io conosco solo una maniera di misurare il tempo, con o senza di te.

Così è iniziato l’intervento di Benigni in occasione della premiazione per il Leone d’oro alla carriera, durante la cerimonia inaugurale della 78esima Mostra del Cinema di Venezia. A consegnargli il premio è stata la regista Jane Campion, che ha commentato: “In questo difficile momento per i registi e per le persone in tutto il mondo, Roberto Benigni è necessario”.

Necessarie le sue parole nel discorso di ringraziamento per alcuni fondamentali motivi. Innanzitutto per il profondo ed intenso legame che lo lega alla sua donna, senza la quale nulla sarebbe stato possibile. Ricordiamo il Cioni Mario degli esordi, irriverente ed irruente? Quel personaggio è stato rivestito di altri panni, più sobri, ingentilito dalla conoscenza dei grandi classici, moderato e rielaborato grazie anche all’influenza della moglie, donna colta ed impegnata. Le parole di Benigni sono in sostanza un inno all’amore e non solo a quello personale ed intimo, ma soprattutto alla funzione che esso ha di imparadisare la mente. Nicoletta, novella Beatrice colloca la mente dell’amato nel cielo, rendendolo adatto a contemplare le cose celesti. Il verbo imparadisare è di conio dantesco e si trova al verso 3 del XXVIII canto del Paradiso. All’inizio del canto Dio si specchia ancora una volta negli occhi della donna e così si fa dapprima visibile a Dante: come se le pupille di Beatrice, sapienza divina, teologia, Chiesa, dovessero essere comunque il tramite attraverso cui si arriva alla diretta visione dei misteri divini. (Bruscagli) Negli occhi di Beatrice si specchia un punto infinitamente piccolo intorno a cui girano nove cerchi di fuoco. Sono i cerchi angelici che girano intorno al punto Dio, mossi dall’eterno desiderio di giungere all’oggetto del loro amore.

Benigni ci suggerisce quindi di imparadisare la mente, accantonando le brutture del nostro tempo, soprattutto quelle che ci arrivano dai vicini teatri di guerra dove sicuramente a nessuna donna verrà innalzato un inno d’amore di questa potenza o anche dai vicini luoghi di sofferenza dove femminicidi e violenze inaudite sono ogni giorno presenti nella cronache e sicuramente nessun marito o compagno si sogna di paragonare la propria donna a Beatrice, se pure la conosce.

La forza dell’attore/regista è stata quella di trasferire nel presente la voce dantesca a cui sappiamo quanta passione lo leghi Il messaggio del grande esule è capace ancora una volta di superare i tempi. Nella sua appassionata dedica, Benigni ha fatto altre citazioni ma solo un lettore esperto avrebbe potuto riconoscere le frasi di Borges e di Nabokov. A noi spettatori a cosa interessa la citazione, la sensazione è stata quella di una personale, originale rielaborazione di tanti spunti. Come dice Eco si tratta di una cooperazione, un testo vuole che qualcuno lo aiuti a funzionare e qui i richiami letterari hanno funzionato benissimo.

Se fossimo stati in platea al posto di Nicoletta ci saremmo commosse, come accadde a Giulietta Masina, quando Fellini le dedicò l’Oscar. Qui invece l’imperturbabilità della Braschi rimanda ancora una volta all’angelicità di Beatrice che non si concede Ella si va, sentendosi laudare, benignamente e d’umiltà vestuta

Il transfert è avvenuto…

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