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Bergoglio, vero cristiano

by Luigi Gravagnuolo

Si tratta di un fenomeno in espansione che, partito dal rigetto esplicito o solo indiretto dell’insegnamento del Concilio Vaticano II, spesso e soprattutto in ambiti anglosassoni, si è allargato fino alla contestazione del pontificato di papa Francesco”.

Sua Eminenza Gianfranco Ravasi [La Santa Violenza, Il Mulino 2019, pag. 72] non sottovaluta il fenomeno del neo-fondamentalismo. Un fenomeno in espansione, ammette l’illustre biblista.

Abbiamo accennato nei due articoli pubblicati nei giorni scorsi su queste pagine, alle ragioni storico-politiche che danno linfa al fondamentalismo cattolico contemporaneo. Ce ne sono anche altre, molto più prosaiche, legate alla riforma interna alla chiesa impostata da papa Benedetto XVI ed ora perseguita con determinazione da Francesco. “È la prima volta che in Vaticano la pentola [della corruzione, Ndr] viene scoperchiata da dentro e non da fuori” ha dichiarato Sua Santità nella conferenza stampa aerea che ha tenuto tornando dall’ultima missione apostolica in Thailandia e Giappone. Così – aggiungo io – come viene oggi scoperchiata la pentola della pedofilia, non più coperta dalle gerarchie vaticane. Insomma, la riforma bergogliana sta toccando nervi scoperti nella chiesa e colpendo posizioni cristallizzate, naturale che ci sia una reazione che giunge addirittura a tramare per la rimozione del pontefice dal soglio.

Dobbiamo però ora entrare nel merito delle posizioni fondamentaliste. Per farlo è utile cominciare con il distinguere la fede dalla religione, o dalle religioni.

Le prime tumulazioni di persone decedute risalgono a centomila anni fa. Fu in quel momento che gli ominidi diventarono uomini, quando cioè avvertirono il sentimento dell’immortalità dell’anima, prerogativa della nostra specie. La fede nella vita oltre la morte, quindi nell’aldilà, quindi in Dio, risale dunque a centomila anni fa. Il cristianesimo ha duemila anni di vita. Per novantottomila anni gli uomini hanno creduto in Dio, senza per questo essere cristiani. In buona parte del pianeta tale condizione culturale è arrivata sino ai nostri giorni. La fede è comune agli ebrei ed ai cristiani, ai musulmani ed agli induisti, ai taoisti ed agli animisti; sono le religioni ad essere diverse. La fede trova il suo fondamento nell’esistenza di Dio; le religioni sono elaborazioni umane e sociali, intrecciate con la storia e la geografia dei popoli.

Una seconda considerazione preliminare rimanda alla distinzione tra religione antico-testamentaria e quella evangelica neo-testamentaria. La seconda si è presentata nella storia, a seguito dell’incarnazione di Dio in Cristo, per ‘portare a compimento’ la prima, quindi per esplicitarne le implicazioni sottese nel linguaggio spesso criptico o allegorico dell’Antico Testamento. La religione antico-testamentaria è, storicamente, la religione di un popolo, Israele, che l’ha concepita nei secoli avanti Cristo, con particolare fervore durante il suo grande viaggio verso la identità, dico dell’Esodo. “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me”, dice e scolpisce nella roccia JHWH a Mosé. Non dice ‘Io sono l’unico Dio’, dice ‘Io sono il tuo Dio, tu non avrai altro Dio’. Il Dio degli Ebrei è un Dio identitario, signore e padrone del ‘suo’ popolo. Geloso, spietato, spesso feroce, esige l’esclusione dalla terra promessa e finanche lo sterminio dei credenti negli idoli, vale a dire dei seguaci di altre religioni.

La differenza di fondo tra il messaggio di Mosè e quello di Cristo sta nel superamento dell’identitarismo e nell’apertura all’universalismo. Cristo ed i cristiani non parlano solo ai circoncisi, ma ad essi come ai pagani, ai gentili, a tutti, senza distinzione di razza e di lingua, perché il Dio predicato da Gesù non è di una nazione, è lo stesso per tutti gli uomini. Il Discorso della Montagna [Mt; 5, 1-26] si conclude con l’invito perentorio ai fedeli a parlare a tutti e con tutti: “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio; la si pone invece sul candelabro affinché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa”. E prosegue con una ferma presa di distanza dall’osservanza identitaria e meramente letterale delle parole dei profeti: “Se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. Quindi una raffica di “Avete inteso che fu detto agli antichi …; io invece vi dico …”.

Dunque, se cristiano sta a significare fedele a Cristo, i cristiani non hanno nulla a che vedere con le religioni identitarie, esclusiviste e proprie di un singolo gruppo etnico. In ciò papa Francesco è vero cristiano.

Però noi cristiani abbiamo anche la certezza che ‘la’ verità sta solo nei Vangeli. Cristo, e solo Cristo è “la via, la verità, la vita”.

In questa antinomia tra la certezza nella verità, che ostacola il dispiegarsi di un genuino dialogo interconfessionale ed interreligioso, ed apertura a tale dialogo perché siamo chiamati a parlare a tutti, c’è il germe anche del contrasto teologico in corso tra bergogliani e fondamentalisti.

Rinnega la via e la verità papa Francesco quando dialoga con le altre confessioni o rinnegano l’aspirazione ecumenica ed universalistica propria del cristianesimo gli ultra-tradizionalisti?

Alla prossima.

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